06 maggio 2012

Estrarre, tirar fuori

Ribes! Galeotto fu il tuo post.
Ma galeotte furono molte conversazioni e fatti accadutimi.

Oggi sono abbastanza lucido: capisco qualcosa dell’origine del mio malessere nei confronti suoi.

Lei vive, io sopravvivo. Cioè, è quel che ho creduto di fare, quel che ho avuto intenzione di fare. Smettere di pensarla così è difficile, tutti voi probabilmente lo sapete meglio di me. Io sono l’idiota sentimentale; non “un”: “il” (sottolineato tre volte).

Riconsidero a sprazzi i brandelli della teoria secondo cui, in un rapporto adulto fra maschio e femmina, l’uomo deve instaurare un rapporto dispari con la donna, aumentando in lei il senso della dipendenza da lui. Ciò è esattamente il contrario di quanto sto facendo da cinque anni a questa parte. La paura mi ha fregato completamente. Una paura che trae origine da un certo egoismo, lo ammetto, e che poi ha inquinato ogni altra scintilla vitale scaturita in seguito. Non accetto critiche, non mi metto in gioco; che poi: non sempre, eh. Ci mancherebbe.

Ma andate avanti voi. Pregate voi. Studiate voi. Suonate voi. Organizzate voi. Io mi prendo il diritto di dissentire, rifiutare, trasgredire, giudicare. Da questa parte tutto è concesso… anche controllarti e spiarti, pensarti e ossessionarmi di te, e anche non solo di te. Tengo in tasca organi vitali grondanti sangue, che mi macchiano le mani d’un sangue invisibile agli altri: ogni freddo è una scusa per fregarsi addosso dolorosamente le nocche screpolate di pugni chiusi in silenzio e al buio. Mento avanti e occhi bassi, repliche in voce tremolante, supposizione muta.

Adesso basta, però. Adesso basta davvero.

Cambio. Decido che, al massimo, tu avresti dovuto dipendere da me. Ogni strada s’inizia col primo passo, e il primo passo è che non m’importa più se ti piaccio. Tu mi devi piacere, e così distante e interraziale non mi piaci per niente. Non so chi sei, Dea imperscrutabile, ma da cinque anni la genuflessione non porta né benedizioni, né miracoli. Solo incidenti e maledizioni.

Per un po’ io sono stato Dio; mi piaceva, ero nel giusto posto, là in alto, a crogiolarmi fra gli olocausti, le tavole della legge, i diluvi universali. Dio greco, capriccioso e umano, pazzo e nudo e vizioso. Un Dio romano, temporaneo e vano. Hai smesso di adorarmi, l’impalcatura è crollata. Ho trascinato ridicole vesti tutto intorno per farmi incensare nuovamente, e giustamente non è servito: il Dio non ti viene a cercare per essere adorato. Lo si adora e basta. L’adorato è diventato adoratore; l’uomo, donna. Recupero il senso di essere uomo, mi rimetto al centro della mia vita, dove succedono le cose che voglio che accadano.

Il medico siede sul tram affollato, fino a che non la rivede attraverso il finestrino.
Un mare di sangue e di passato allora comincia a liberarsi trasudando dalle crepe della diga, ora debole. Una mano sul petto è l’ultimo tentativo di arrestare l’emorragia.
Il primo colpo è inferto con una tale forza! Il medico si alza per reazione, boccheggia: può solo scendere al volo dal mezzo pubblico. I suoi passi errano dietro la scia di lei, che inconsapevole, marcia lungo il suo presente di aspettative, carriera, incontri, pomeriggi programmati. Il medico non può più parlare: la gola è serrata dalla gioia e dal dolore e dalle lacrime, la mano destra (l’unica utilizzabile) è un pugno allo stremo della tenuta. Il cuore impazzito è ormai incontenibile.
Grida il suo nome, ma è una smorfia muta: la maschera si muove e agita solo aria nelle vicinanze del suo naso vibrante. Un occhio scruta l’orizzonte sfumare giacché turbina in una spirale verso il grigio marciapiede; agitazione e mani e passi gliela nascondono per sempre al di là dell’allarme e degli aghi nel petto, dei chiodi nelle vene. C’è pace, adesso, al ritmo dei suoi passi in rapido allontanamento. Lei non saprà mai che dietro di lei è diventato freddo e morto un uomo, mentre il mondo proseguiva i suoi affari.

09 aprile 2012

Sul pavimento


Si stese sul pavimento. In tutto il tempo precedente gli occhiali gli erano scesi un po’ sul naso. Ora che stava in posizione supina, la gravità lo incollava per terra come carta moschicida: quel magico magnetismo gli tirava la pelle sugli zigomi, lo calcava, gli riallineava le vertebre. Poteva sentire la direzione dei suoi occhi verso il soffitto, come fosse una colonna unta attorno alla quale la logora montatura dei suoi Persol da miope faticava a rimanere aggrappata. La vista migliorò lentamente, mano a mano che la distanza occhio-lente diminuiva di quasi sette o otto millimetri. Sette o otto millimetri sono una distanza talvolta così incolmabile, più o meno come quella che separa le vite dei passeggeri di una filobus affollata, costretti a strusciarsi gli uni con gli altri nella maniera più anonima, educata, fredda e scollegata possibile. Quel pomeriggio non aveva grandi programmi, se non quelli di lasciar soccombere tutti i grandi progetti che gli sovraccaricavano il cuore, restando immobile a raffreddarsi i reni sul pavimento gelido. “I giorni passati sono una distanza ancora più invalicabile”, concludeva, pensando alla data in procinto di cambiare per sempre da lì a dieci ore. Un altro giorno svogliato in un pomeriggio senza parole o condivisioni, senza costruire o distruggere niente: “assedio”! Lo svilimento sentimentale continuava frattanto il suo monotono lavorìo sottocutaneo, e si lasciava entrare in circolo come sempre. Una nuova dose di farina per il sangue, così per rendere più impastato e colloso ogni nuovo battito del pugno nel petto (mea culpa - mea culpa - mea culpa - mea culpa... ora e sempre, in secula seculorum, amen). Dalla sua posizione di vero tappeto, considerava le bassezze cui era giunto, e tutti questi pensieri gli servivano solo per fabbricare cellophane atto a impacchettare sentimenti in ingresso e in uscita, o anche solo quelli da conservare. I cari vecchi sentimenti! Simili a vecchie scarpe, o a vecchi soldati: li guardi e riconosci il loro decadimento fisiologico come testimonianza di un’importanza attribuibile solo alla loro anzianità. “Non ne godrai mai più l’uso, e venererai per sempre il rituale monumentale a perenne ricordo di fiabe e leggende”, pause e parole che non ci sono mai state, gesti ricreati, giustizie e torti filtrati da qualche dozzina di indie-movies. Rimaneva immobile alla vista del cartello “FALLIMENTO!”, gigantografia in caratteri rossi al neon che aveva sistemato proprio vicino alle sue grandi passioni. Non trovava motivo di sbarazzarsene: lo teneva acceso e lo fissava come uno specchio, tentando di spiare tracce dell’invecchiamento. Magari qualche ruga attorno alle lettere “FALL”, oppure una nuova, più visibile, rotondità della “O!”. Osservava con preoccupazione il tremore nella luminosità della scritta, sempre più percettibile mano a mano che i giorni, e poi le settimane, e infine gli anni, fiumavano verso il Grande Mare. Certe mattine spegneva la scritta, e allora poteva rilevare i contorni scuri di muffa e polvere seguire il profilo precedentemente occupato dalla luce. Una spolverata, o una mano di vernice, e tutto sarebbe stato mantenuto. Il mantenimento è fondamentale per accanirsi in direzione ostinata e contraria ad un mondo che vuole andare andare andare andare andare
I pugni. Le palpebre chiuse sul movimento oculare. I pantaloni della tuta blu con le strisce gialle. L’indolenzimento della parte alta della schiena. Il fastidio sotto i calcagni. Il freddo alle chiappe. L’adesione delle gambe e delle cosce al pavimento. Fermo, fermo! Corpo morto, e il silenzioso oceano immaginario a ribollire di immagini dentro la testa senza controllo volontà intenzione pietà umorismo gioco intelligenza sogno eccitazione amicizia elezione possibilità vita errore
In prospettiva era un ottimo cadavere, così innamorato del passato da volerne già farne parte definitivamente. Adorava fantasmi, vizi e ragazzine, senza avere la capacità di afferrare tutto questo, ma solo di subire e subire l’implacabile avanzata del domani, teso a rubargli la necessità di agire adesso.
Squilla il telefono.
“Hai da fare?”
“Sì, devo sistemare / devo suonare / devo studiare / devo fare dei lavori al PC / ...”
“Noi si va più tardi a bere una cosa.”
“Io pensavo di andare al cinema.”
“Cosa danno?”
“Ozpetek.”
“Magari ci vediamo più tardi al pub.”
“Va bene.”
Alzarsi, guardare scomparire la scritta, veder comparire il totem del Dovere. È una statua di legno, molto 3D, che puoi osservare da più direzioni dalla stessa prospettiva. Negli angoli contiene occhi e smorfie, talvolta le smorfie baciano l’iride degli occhi, ma è un bacio dato con i denti, succhiando e smozzicando mezze frasi. Le fila di denti sono quadruple, negli interstizi vi sono grumi di cielo e frammenti di luce. Vi è della barba nelle pieghe delle facce, ma è una barba pettinata. Il totem cresce, il totem fa un casino bestiale, e ti punge la schiena con il sottilissimo ago di gomma, che non puoi spezzare, e che troverà sempre la maniera di pungolarti, data la sua flessibilità. Guardava e riguardava il totem, e capiva che era ora di alzarsi, ma non c’era tempo, non c’era, e tuttavia si alzava, e allora metteva un braccio nella braga di un pantalone e l’altro nel colletto della camicia, e intanto ripassava gli appunti scritti sei anni fa. E poi dava un calcio ad un mucchio di libri, perché si disponessero in ordine alfabetico, per autore e cronologico nella libreria, solo che non c’era posto, allora andavano ad ammucchiarsi sullo stereo. Doveva far presto, presto! Correva lungo il corridoio nella luce del finestrone in fondo, e non riusciva a capire se aveva preso tutti i documenti. La valigia pesava. Le chiavi saltavano su e giù nell’ampia tasca destra, facendo un rumore metallico e ritmico - frin! frin! Bisognava assolutamente terminare, e mancavano solamente 29 giorni. E bisognava esercitarsi prima che facesse buio, ma solo dopo le 16. Intanto che aspettava l’ora giusta, magari era il caso di stirare i calzini e lavare lenzuola e federe di cuscini. Aveva un appuntamento a pranzo, ma prima c’era da bere il caffè col Presidente. Avevano pagato l’abbonamento alla televisione? La posta non aveva ancora finito di scaricarsi, ma bisognava riavviare perché l’installazione degli aggiornamenti era terminata. Suonano il campanello: “siamo pronti, andiamo, andiamo!” Erano finite le pastiglie della lavastoviglie, mancavano solo due pagine alla fine del capitolo, c’è da scendere alla prossima, ieri non sono riuscito a venire perché non stavo bene. Il suo telefono continua a squillare libero, ma lei non risponde, trovo le pagine del vecchio diario, apro la finestra, spengo la televisione, abbasso la radio, schiaccio il pedale, alzo la mano, salgo sull’automezzo, faccio un errore, cancello una scritta a matita, lei non risponde, vado ad un appuntamento, bevo una birra, rispondo al telefono, mi affretto verso la fermata, spero di poterla incontrare ancora, metto un post nel blog, faccio gli auguri, aspetto di sedermi sulla poltrona del dentista, lei non risponde, chiudo gli occhi al buio del cinema, sono sdraiato sul pavimento. Si doveva rialzare.

03 marzo 2012

NO TAV: appello di don Ciotti per un tavolo di confronto.


La situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto e superato il livello di guardia. La contrapposizione muscolare di questi mesi degenera in episodi di violenza e di esasperazione che stanno provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell’intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa misura, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell’ordine, popolazione.

I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti) o riducendo la protesta della valle - di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza - a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell’ordine.

La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria (e delle opere ad essa funzionali) è una questione non solo locale e riguarda il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali. Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere. Oggi è ancora possibile. Domani forse no.

Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si cominci col ricevere gli amministratori locali e con l’ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali. Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro decisioni indiscutibili [per]ché, altrimenti, non è dialogo. La decisione di costruire la linea ad alta capacità è stata presa oltre vent’anni fa. In questo periodo tutto è cambiato: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo. I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice. E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l’opera è ormai inevitabile. L’Unione europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti transeuropee ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo. Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l’Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l’intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi.

Dunque aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell’interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali..

Un Governo di “tecnici” non può avere paura dello studio, dell’approfondimento, della scienza. Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo stretto a quelle concernenti la candidatura per le Olimpiadi). Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che l’interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti. Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.

21 febbraio 2012

Ventun febbraio duemiladodici (e viceversa)

L’acciuga abbracciava il pomodoro a ridosso del pezzo di formaggio, in un bagno di olio, aceto, erbe aromatiche. Chiacchiericcio, vapori di pane a mezz’aria: bollicine di birra arrampicate all’incavo del bicchiere. Gomiti dentro maniche a creare angoli sulla superficie del tavolo di legno, i ragazzi a guardare la partita stretti dentro i cordoni delle loro emozioni da tifoso, la chat di Facebook dallo schermo del cellulare, e i quadri colorati di blues a decorare il corridoio orecchio-cervello.
“Di tutti i bar che ci sono al mondo, proprio nel mio dovevi capitare?”
Ti sedevi ad un tavolo vicino e irraggiungibile dallo sguardo e dalle intenzioni. Tutti fingevano rassicurante normalità: il tempo doveva aver curato ogni cosa, ormai.
Come una risposta immunitaria, si sono scatenate centomila microbattaglie assordanti, un flusso di tragedia e cella frigorifera, dal cuore, dal cuore, dal cuore. Di battito in battito, di secondo in secondo, di canzone in canzone.

Di un suono possiamo caratterizzarne l’inviluppo nel volume parametrizzando il tempo che impiega a raggiungere il volume massimo (“attack”), e a scendere di volume (“decay”) fino al livello di “sustain”; una volta rilasciato, il suono si acquieta in un determinato intervallo di tempo chiamato appunto “release”.

Una volta rilasciato, il suono si acquieta in un determinato intervallo di tempo chiamato appunto “release”.

Un determinato intervallo di tempo chiamato appunto “release”.

“Release”.

10 febbraio 2012

Bi/sezione

Comando: VI STO DANDO UN FOGLIO. SU QUESTO FOGLIO SCRIVETE ALCUNE FRASI O ANCHE SOLO QUALCHE PAROLA IN RELAZIONE A QUELLO CHE STATE REALIZZANDO.

Svolgimento: “non c’è libertà senza un confine; non c’è quadro senza cornice; non c’è ora d’aria senza carcere; non c’è sogno senza sonno; non c’è direzione senza strada; non c’è io senza corpo.”

* * *

Nuovo comando: DA QUELLO CHE AVETE SCRITTO PRIMA, SCEGLIETE LE PAROLE CHE PIÙ VI COLPISCONO, E PROVATE A SCRIVERE UNA POESIA UTILIZZANDO QUELLE PAROLE.

Svolgimento:

Fili d’oro
piovono fra le barre
ombrose del carcere.
Tra chiaro e scuro
si sveglia il mio
corpo affettato;
c’è un sogno
in direzione della
libertà.

06 febbraio 2012

Arcobaleno monocromatico

Non sono mica capace a raccontare.
Posso fare
elenchi
di cose.
Questo sì. E non è detto che ora ne faccia uno. Mi è piaciuto molto il film che ho visto ieri, però.
“Hable con Ella” (doppiato in italiano, naturalmente), di, lo sapevate già: Pedro Almodóvar. Per scrivere correttamente il nome del regista ho dovuto ricorrere alla funzione di inserimento dei caratteri; le tastiere per computer, in questa parte dell’Europa, sono solitamente sprovviste di un tasto per scrivere una lettera o con l’accento acuto: non siamo spagnoli, contrariamente a quanto credono gli statunitensi.
Ad ogni modo, avevo già visto “Parla con Lei”. Non ricordo esattamente quanto: senz’altro dopo il 2007. È (alt+0200) buffo come io abbia adottato, negli anni, l’abitudine di collocare gli eventi prima o dopo una certa data: quando andavo in terza media, quando andavo in prima ITIS, l’anno di quel famoso 11 settembre, il periodo degli esami di maturità. Eccetera. Ecco, vedete: continuo a non parlare del film.
Che ho visto ieri.
Il film di Pedro A. “Parla con Ella”.
Non starò certo a raccontarvelo. Negli ultimi giorni m’era tornata in mente la scena in cui Caetano Veloso canta “Cucurrucucú Paloma”, e Marco si mette a piangere e a fumare. M’era tornata in mente quella scena in una maniera così famelica (lo so che non si dice, ma tant’è), che ho voluto cercarla sul Tubo così da poterla condividere su FB – ma potranno mai le prossime generazioni capire il senso di quest’ultima frase?
Seduti accanto, a migliaia di chilometri di distanza, uno a parlare, e l’altro a pensare solo di doverlo fare in seguito, a volte sembra che possiamo riservarci il merito della possibilità di fare tutte le scelte. A volte sembra che sia più difficile stabilire la propria direzione controvento, la stessa direzione che ci porta lontano, verso la verità nuova, verso il giorno del ritorno.
Quanti minuti ho perso oggi ad aspettare che passassero le ore? E quanta attesa mi abitua ai non eventi? Quanti discorsi non mi hanno portato da nessuna parte, quanti sogni ancora dovrò fare prima di alzarmi di un solo centimetro?
A te che leggi, le mie scuse: ero partito anche abbastanza bene. Tranquillo, molti spunti. Ora: il monotema. Cercavo un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea, sulle cose, sulla gente, over and over again.

22 agosto 2011

Tempo

Età della pietra (e del rame).
Età del bronzo.
Età del ferro.

24 luglio 2011

Tutto cambia.

Arrivare. Sedersi. Osservare. Chiudere gli occhi. Espirare.

Aspettare un battito.

Inspirare. Aprire gli occhi. Osservare. Alzarsi. Partire.

23 luglio 2011

L'Occidente non va da nessuna parte.

No, ci stavo pensando ieri. Penso sia così.

19 giugno 2011

Finché sei.

Zero.
Uno, due, tre.
Quattro, cinque. Sei.

Sei. Sei nei miei pensieri, adesso. Non sei molto alta. Hai i capelli neri. Hai i capelli neri, lunghi. Hai i capelli neri, lunghi, molto mossi. Non ricci. Sei magra. Ti vesti come le ragazzine di oggi. Porti quelle scarpe che andavano di moda venticinque anni fa. A volte indossi dei pantaloncini corti. A volte mi chiedo se sarei così fermo, come sedia. A volte mi siedi accanto, ma non ti guardo mai.
La tua voce mi piace. Hai una voce un po’ bassa di tono, ma quando la alzi, è forte, è squillante.
Hai delle belle labbra. A volte sono screpolate. Hai spesso una crosticina sul naso, non capisco come mai. Quando sorridi riveli una dentatura forte.
Hai dei lineamenti che non riesco a definire precisamente. Le tue palpebre sorridono sottili, certe volte assumi un’aria orientale. I tuoi zigomi sporgono, ma subito stemperano la loro prominenza in un volto ovale, ingentilito dalle mascelle che si uniscono nel tuo mento minuto. La tua testa prosegue ad essere un capolavoro di finezza per come si origina l’esile curva del collo, tratteggiato da una pennellata che continua dalle spalle decisamente di ragazza. Amo vederti imbracciare la tua chitarra. Mi immagino come sarebbe la confusione di un abbraccio, dove io mi abbasso e tu t’allunghi sulle punte dei piedi, albero e vela, scandalo e pace, sacro e profano.
Mi guardi e gentilmente mi sorridi, ti penso guardarmi e vorrei dirti cose intelligenti mentre ancora ti non offro che sarcasmo e silente distanza. Crescono i tuoi seni, si soddisfano le tue curiosità. Fai i compiti, e impari soprattutto dalla vita e dalle relazioni come sarai da donna. Ti sbircio sbirciare il tuo cellulare, mentre con gli occhi nutri il tuo cuore e la tua giovane mente con le parole abbreviate e digitali di un’amica o di una confidente, alla quale affidi speranze e segreti sfrecciando abilmente le dita, le tue lunghe dita delle tue recenti e belle mani, alla ricerca dei tasti giusti per chiudere l’SMS.
Guardo l’auto dei tuoi genitori andare via. Dadi di pelo, macchia d’argento, treno in partenza, feste di paese, tasti chiari e tasti scuri. Un’altra settimana senza. La tua crescita a puntate, il mio interesse intermittente.

Non c’è colpa se non c’è peccato.

11 giugno 2011

Stretta è la foglia, larga la via.

Esco dal silenzio: da tempo infatti non scribacchiavo sul “bòlg” (come amo definirlo ogni tanto).

E lo faccio giusto in occasione della prossima chiamata alle urne, che si terrà nei giorni di domenica 12 e lunedì 13 giugno 2011. Vorrei utilizzare questo spazio per riflettere un po’ assieme sulla questione di partecipazione o meno all’espressione del proprio voto, e anche nelle ragioni del sì e del no.

Perché molte persone affermano che è necessario andare a votare?
Una ragione è che queste votazioni sono votazioni referendarie, e hanno da soddisfare un quorum.

Cosa significa?
Significa che per stabilire se la risposta popolare ai vari quesiti referendari sia da considerarsi valida o meno, devono andare a votare un certo numero (50% + 1 degli aventi diritto di voto) di persone: più di venticinque milioni di votanti.
Ci terrei a ricordare che queste votazioni (che non sono elezioni! Mentre è vero il contrario: le elezioni si fanno tramite votazioni, cioè con “azioni di voto”) sono state volute da un certo numero di cittadini che hanno firmato la proposta di quesito referendario avanzata dall’onorevole Di Pietro (e altri), e che questo numero ha, per la legge italiana, una valenza democratica. Allora, andare a votare in questo caso significa esercitare attivamente il proprio democratico diritto al voto.

In secondo luogo, queste votazioni sono costose: infatti, si è discusso in Parlamento della possibilità di accorpare le votazioni referendarie e le elezioni amministrative, chiamando così alle urne gli italiani una volta sola nello stesso giorno. Purtroppo, le forze di opposizione (i comunisti giustizialisti) non sono state sufficienti per permetterlo, il che significa che la cosiddetta “maggioranza” (i nostri governanti) si dovrebbe assumere la responsabilità quantomeno morale del fatto che ha praticamente aumentato la spesa pubblica per fare esercitare ai cittadini il loro diritto di voto. Questo dovrebbe far riflettere le persone su come sarebbe assolutamente stupido, a questo punto, una volta realizzate come stanno le cose, decidere di astenersi al voto in segno di dissenso per l’operato dei nostri politici: sarebbe come se sbeffeggiassimo noi stessi dopo aver subito un danno. Si può esprimere il proprio dissenso manifestando o, tanto meglio, operando scelte più oculate nella preferenza elettorale, cercando di scegliere, sforzandosi di avere un’opinione, non “il male minore”, ma “il meglio”. Dunque, scegliere la via dell’astensione non ci rimborserà dei soldi comunque spesi per indire il referendum; una cifra, lo dico senza fonti, che si aggira attorno ai trecento milioni di euro.

Ancora, molti esponenti del Governo, ovvero del Consiglio dei Ministri, e lo stesso Silvio Berlusconi, che del suddetto Consiglio è Presidente ricoprendo così una fra le prime massime cariche dello Stato, se non la più importante, hanno dichiarato che è nelle loro intenzioni di voto ...non andare a votare. Ma come? Organizzano il referendum, e poi non vanno a votare...?

I casi sono due: o vogliono dare questo esempio negativo al popolo italiano nella speranza che quanti più cittadini arrivino a pensare che sia effettivamente inutile esercitare il proprio diritto di voto (per il quale la pressione fiscale penserà a prelevare dalle sue tasche il costo COMUNQUE), oppure ai nostri politici non interessano veramente i mezzi della nostra democrazia, che, lo ricordo, porta nel nome il suo stesso significato: “forza del popolo”.
In quest’ultimo caso sarebbe questionabile la buonafede dell’impegno politico di costoro che ci rappresentano come cittadini o che prendono decisioni che si riflettono con importanza nelle nostre vite, e ciò sarebbe assolutamente inaccettabile; altrimenti, nella prima ipotesi, la tesi è che il Governo non vuole che i cittadini esprimano un’opinione valida perché, evidentemente, esso ne ha già una a prescindere da quella popolare. La domanda che sorge spontanea è: quanto è considerabile legittimato a governare un Governo che non vuole ascoltare la pubblica opinione mentre ne amministra in maniera sorda e irresponsabile ogni aspetto tangibile, ovvero la Repubblica?

Sorvoliamo, e approfondiamo ora la natura di questo referendum. Si tratta di un “referendum abrogativo”. Cosa significa? Significa che esso pone un quesito che richiede al cittadino di scegliere se abrogare una legge, oppure no. Può apparire confusionario, ma votando “sì” si cancella una legge, votando “no” la si mantiene.

Alcuni esponenti della maggioranza, in linea con le dichiarazioni di membri del Governo citate poco fa, hanno espresso la loro opinione sul fatto che “per non far vincere il sì, ci si deve astenere dal votare”. Una simile affermazione è anti-democratica, e, a mio avviso, è indice di malafede.
Infatti, riconoscendo anzitutto di vivere in un Paese democratico, e dichiarandosi rispettosi delle opinioni degli altrui, non si può avvallare l’astensionismo solo per evitare che prevalga un’opinione differente dalla propria: sarebbe come impedire che si disputasse una partita di calcio perché non si vuole far vincere l’altra squadra; non sarebbe un comportamento sportivo, ma solo egoista.
Ciò, trasposta in politica, è l’indicazione palese di disonestà intellettuale, e di un certo malcostume, diffusissimo in Italia, che preferisce la muscolare capacità di essere furbo contro il prossimo, piuttosto che l’intelligente virtù di essere onesto e giusto con chi la può anche pensare diversamente, riconoscendo che magari ci può pure insegnare qualcosa.

Fra parentesi, è proprio questo atteggiamento che non fa sì che le cose migliorino in questo Paese, e non solo; vogliono tutti fare la parte del lupo, finendo per essere pecore prima ancora che uomini.

Ora, permettetemi di esprimere giusto qualche considerazione in merito alla scelta fra “sì” e “no”.

Ci sono quattro quesiti referendari, quattro schede:


  • scheda verde sul legittimo impedimento;
  • scheda gialla sulla misura di profitto che le aziende private ottengono avviando imprese nei servizi idrici;
  • scheda rossa in merito alla partecipazione obbligata del privato nelle public utilities;
  • scheda grigia sul nucleare in Italia.

La scheda verde intende abrogare una legge sul legittimo impedimento. Chi vota sì, impedirà di fatto che una persona che abbia l’incarico di essere Presidente del Consiglio dei Ministri o Ministro, nel caso sia imputato in processi ordinari (gli stessi cui possono comparire i normali cittadini) possa essere legittimato a non comparire proprio in virtù del fatto di ricoprire il ruolo che ricopre. Voglio ricordare che né la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, né la carica di Ministro sono cariche elettive: i cittadini non votano per eleggere direttamente queste figure, che sono invece nominate dal Presidente della Repubblica. In sintesi, quella legge che il referendum intende abrogare (la “legge Alfano costituzionale”, giornalisticamente chiamata “lodo Alfano”, ma che di fatto non è un lodo) è come se affermasse (violando l’art. 3 della Costituzione) che “la legge è uguale per tutti, tranne che per il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri”. Questo è di per sé inaccettabile. In secondo luogo, se una persona commette dei reati per i quali poi subisce un processo, è giusto, se ha incarichi di governo, che si dimetta per dimostrare la sua innocenza, se è innocente, soprattutto per il fatto che, obiettivamente, è costretto ad anteporre il suo interesse privato nel difendersi al sereno svolgimento del suo incarico, cruciale nella gestione della cosa pubblica. E prima di essere Ministro o Presidente del Consiglio dei Ministri, si è o deputati o senatori, e quindi parlamentari, e quindi già nella facoltà di godere dell’impunità processuale della quale tutti i parlamentari godono. Che cos’è questa impunità processuale? Significa che un giudice della Magistratura ordinaria prima di indagare o processare un Parlamentare per reati ordinari, deve chiedere alla sua Camera di appartenenza l’autorizzazione a procedere. Questo dovrebbe essere sufficiente a garantire che non possano essere esercitati abusivamente poteri giudiziari con valenza politica. Esistono poi reati particolari per cui Parlamentari, Ministri e Presidente del Consiglio dei Ministri possono essere giudicati esclusivamente da “tribunali speciali” nel caso in cui essi commettano illeciti nell’esercizio delle loro funzioni.

Io personalmente ritengo che la legge debba essere uguale per tutti, e che un cittadino rispettabile non possa avere la facoltà di rinviare continuamente, bloccandolo, un processo a suo carico, “rischiando” di mandarlo pure in prescrizione (come nel caso delle modalità previste nella legge Alfano che il referendum vuole abrogare), solo per il fatto di ricoprire una carica istituzionale. Quindi voterò sì per abrogare questa legge.

Le ragioni del “no”, in questo caso, possono essere soltanto due. La prima: chi vota no è in qualche modo convinto che la Magistratura eserciti in malafede i suoi poteri, oppure che non sia necessario per le massime cariche dello Stato osservare la legge come tutti gli altri; la seconda: chi vota no è convinto che, visto che organi importanti come la Corte Costituzionale (o era la Corte di Cassazione? Non ricordo) hanno già “svuotato” di contenuto la legge Alfano dichiarando non validi diversi suoi articoli, non sia necessario abrogarla definitivamente. Direi che questa ragione è stupida e pressapochista. Vogliamo fare qualcosa di completo, ogni tanto? Allora votiamo sì.

Passiamo al secondo quesito: scheda gialla sulla misura di profitti che le imprese private possono ottenere attivandosi nella gestione dei servizi idrici, proporzionalmente all’ammontare dei capitali investiti. In pratica, la legge stabilirebbe che a prescindere dai risultati ottenuti investendo capitali in un impianto idrico, l’investitore possa fissare tariffe per accedere al servizio erogato che gli consentano di recuperare gli investimenti. Probabilmente all’epoca in cui è stata promulgata tale legge (credo nel 1996, con un decreto ministeriale firmato dallo stesso Di Pietro), si dev’essere pensato che questa misura incentivasse i privati ad investire risorse per migliorare beni di pubblica utilità. Con gli anni, evidentemente si è visto come le inefficienze legati ai servizi idrici continuassero a verificarsi. Io ritengo che al giorno d’oggi il principio ispiratore di questa legge sia inadeguato per portare efficienza nel servizio idrico, e credo che, allo stato attuale delle cose, sia giusto abrogarla. I privati possono investire pur mantenendo una prospettiva di guadagno, nei pubblici servizi, purché siano in grado di farlo, e comunque non anteponendo i propri interessi alla qualità del servizio offerto. In un clima concorrenziale, le eccellenze verrebbero premiate dal mercato e dalle scelte dei consumatori/cittadini.

Terzo quesito: privatizzazione obbligatoria dei servizi di pubblica utilità.
Questa legge (in vigore, come tutte le altre leggi oggetto dei referendum) stabilisce che la partecipazione di privati nelle imprese di pubblica utilità (distribuzione dell’acqua, del gas, servizi di trasporto pubblico, servizi postali, ospedalieri, scuole...) dev’essere di maggioranza, ovvero in una misura stimata attorno al 40%. Cosa significa? Significa che dietro ai servizi pubblici, c’è una forte componente di investimenti privati. In economia, le imprese investono tenendo conto dei benefici ottenibili in termini di guadagno. Non importa che il prodotto sia assolutamente buono, o che il servizio offerto sia adeguato e soddisfacente: l’importante è che si possa vendere, che faccia mercato. La privatizzazione degli ambiti pubblici, però, non è “liberale”, perché le strutture sono troppo grandi, e gli investitori che possono permettersi di entrare in tali ambiti non sono numerosi. Abbiamo già visto come, addirittura, certi servizi pubblici abbiano rischiato di finire in mano ad investitori stranieri perché economicamente più forti di investitori italiani, anche riuniti in “cordate”. Una privatizzazione di questo tipo, “selvaggia”, è a discapito dei cittadini: non garantisce che effettivamente i servizi migliorino, ma resta certo il fatto che le tariffe, dal momento che non esiste concorrenza, sono decise dal compratore. I servizi pubblici possono funzionare correttamente in un paese civile se la mentalità dei cittadini cambia: quante volte si considera “terra di nessuno” il pubblico? Si dovrebbe tornare a prendersi cura della cosa pubblica, regolarizzando e partecipando attivamente nella gestione della stessa, rispettandone anzitutto le risorse che la costituiscono. Si possono costituire gruppi di controllo, si possono pretendere verifiche, si può offrire parte del proprio tempo come volontari. Si deve pretendere che le cose funzionino, cercando di raggiungere i responsabili, per richiamarli o destituirli, democraticamente e con buon senso, nel caso in cui ci siano ragioni obiettive che ci facciano dubitare del loro operato. L’onestà d’intenti paga sempre, e non è questione di essere moralisti o utopisti: è questione di essere persone civili, in una società civile. Votiamo sì, e non permettiamo al denaro di sostituirci nella gestione del nostro benessere.

Quarto quesito referendario, scheda grigia: il ritorno al nucleare.
Votando sì, viene di fatto abrogato tutto quel corpo di leggi che è stato reintrodotto a partire credo dal 2004, in barba alla decisione popolare del 1987 che con un referendum sancì il definitivo abbandono dell’utilizzo dell’energia derivante dalla fissione nucleare, dopo gli avvenimenti di Chernobyl nel 1986.

Sono completamente d’accordo nel non volere il ritorno di quel tipo di tecnologia (introdotta grazie agli studi di Enrico Fermi negli Anni Trenta del XX secolo). Si tratta di una tecnologia affascinante, che permette di ottenere grandissime quantità di energia. Tuttavia, come ogni attività di trasformazione, produce delle scorie, che sono pericolosissime in quanto radioattive, e che per essere stoccate in sicurezza vanno attivati degli accorgimenti che richiedono risorse di tempo e di spazio a dir poco inumane. Infatti, le scorie restano radioattive per migliaia di anni: la Storia, soprattutto quella europea, ci insegna come sia facile la belligeranza fra i popoli, e di come, nel giro di qualche secolo (una piccola frazione rispetto ai tempi di cui stavo parlando), possano prodursi trasformazioni radicali nelle civiltà che occupano quei territori, trasformazioni che possono implicare la scomparsa di una memoria locale, di una lingua, di tradizioni. Io non credo che saremmo ancora pronti per una tecnologia che ha bisogno di pace assoluta per non essere completamente distruttiva... e la mia non è una visione catastrofista a tutti i costi.

Sono invece convinto che l’Italia di 24 anni fa ha compiuto una scelta coraggiosa e all’avanguardia rigettando il nucleare. La sfida da affrontare è difficilissima: l’approvvigionamento energetico pulito e sostenibile, che dovrebbe essere derivato da una combinazione di fattori, e che necessita anzitutto del fattore più importante, cioè quello del buonsenso. Bisogna capire che la strada da percorrere prevede la produzione di energia decentralizzata, libera, capillare, strettamente locale. Dovrebbe esserci una fitta rete in cui ogni nodo è un piccolo “prosumatore” di energia: crea l’energia che utilizza, e cede il surplus ai nodi vicini. Si deve superare l’idea che dev’esserci un “gestore” dell’energia. Attualmente, il cosiddetto “gestore” dell’energia non la produce nemmeno: la importa, e ce la vende, guadagnandoci e facendo aumentare il costo della vita.
Siamo vincolati a pagare l’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari francesi. Una delle più grandi critiche mosse da coloro che osteggiano il movimento anti-nucleare in Italia è che con i soldi spesi pubblicamente negli ultimi vent’anni per comprare l’energia dall’estero, saremmo riusciti a costruire noi stessi le nostre centrali nucleari; si tratta tuttavia solo di una sterile considerazione: ci si dovrebbe piuttosto domandare perché nessun Governo abbia agito, a partire dalla scelta popolare anti-nucleare del 1987, per arrivare ad attuare politiche energetiche funzionali.

Tornare oggi al nucleare sarebbe oltremodo controproducente. Non è vero che si otterrebbe tutta l’energia di cui abbiamo bisogno a basso costo: le centrali nucleari vanno costruite e devono arrivare progressivamente a regime, prima di essere efficienti da un punto di vista energetico ed economico. In secondo luogo, l’uranio arricchito costa, ed è una materia prima in esaurimento, che fra l’altro non si trova molto facilmente in natura, e quasi mai in concentrazione.
Le scorie non possono essere riutilizzate, a meno di agire anti-economicamente per via del loro basso rendimento relativo, ed inoltre sarebbero stoccate in maniera tale da essere inaccessibili per un lunghissimo periodo di tempo (a meno di catastrofi naturali).
In Italia, peraltro, esistono problemi (e ci sono fatti di cronaca che periodicamente lo dimostrano) legati alla corruzione e a comportamenti illeciti: la miopia di chi antepone il proprio interesse personale potrebbe portarlo a lucrare indebitamente nella costruzione di una centrale nucleare al punto da mettere seriamente in pericolo la vita (sia umana che non) e la qualità della stessa nell’area circostante per un raggio di decine di chilometri e per un periodo di tempo incalcolabile.
Infine, le centrali nucleari vanno dismesse dopo qualche decennio, e se non raggiungono un alto regime di funzionamento durante la loro vita, a conti fatti potrebbero persino dimostrarsi un investimento che non ha portato frutti o benefici particolari, lasciando un altissimo degrado nella zona in cui sorge: infatti, chi mai abiterebbe nelle vicinanze di una centrale nucleare dismessa?

Scelgo allora di non volere il ritorno del nucleare in Italia, perché voglio che le generazioni future non guardino a questa con odio per i problemi che rischiamo di lasciare loro, che vanno ad aggiungersi ai molti che già erediteranno da noi. C’è un detto che dice: “la terra che abitiamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”.

Concludo, quindi, ribadendo quanto sia importante andare ad esprimere la propria opinione domani al referendum. C’è chi continua a ripetere che è inutile andare a votare, e chi è per il “no” vuole che non si raggiunga il quorum per non far vincere il “sì”. Io voglio dire la mia e voglio che la gente abbia a cuore questi che sono problemi importanti. Spero naturalmente che la gente, i cittadini, cerchino di migliorare le condizioni di vita in questo Paese, votando “sì”, ma più che altro mi importa che venga esercitata e rispettata la democrazia, e che tutti onestamente dedichino il loro tempo a questa bella Italia, ostaggio delle decisioni di quei pochi bruti a cui ciecamente continuiamo ad affidarla.

È importante: dite la vostra, che io dico la mia. Ma stavolta non tacciamo passivamente.

24 marzo 2011

Quel coccodrillo bianco

Sei diventata il finale di uno spettacolo pirotecnico.
Cavolo, era ora. No, perché piove, e il tizio in parte a me è un killer seriale, e io devo anche andare in bagno. Vedo che lì c’è un cestino, ci butterò tutti quei foglietti pieni di appunti; che tengo in tasca invece che tenerli a mente. Eri qualcosa di altamente eccitante, eri qualcosa di descrivibile. Ora non sei che la fotografia fatta con il cellulare. Mi vieni in mente, ma ci sono troppi pixel che ti sgranano. Restano ricordi un po’ più colorati di certe sensazioni, di come era la tua voce, e di quello che mi portavano le tue parole. Anziché lanciarli, i fuochi d’artificio che sto guardando, mi scoppiano davanti. Fioriscono, aumentano di numero, rumore, sfumature. So che da qualche parte lasciano cadere pezzi carbonizzati di sé. Minuscoli pezzettini, che nessuno andrà mai a cercare.
Lo spettacolo sta finendo. Mi spiace, mi piaceva. Vuoi mettere, però, l’arte di costruirlo, un fuoco d’artificio? Che magari d’artificio ha solo il nome: alimentare un fuoco vero, un fuoco caldo, piuttosto che colorato. La tua bocca storta e i tuoi occhi asincroni: da anni rinfocolano l’amore per qualcun altro... dunque, perché sono ancora qui? Avevo pagato, era un mio diritto rimanere.
Non ha importanza. Non c’è più niente da vedere.
Faccio l’occhiolino al killer seriale: verrà a trovarmi quando lo deciderà.
Rimetto la mano nella tasca finalmente sgombra. Sì, mi fischiano ancora un po’ le orecchie: è difficile, il silenzio. Cerco di capire il movimento dei miei passi.
Mi domando se sia ancora così presto chiedermi come sarà il prossimo spettacolo.

06 marzo 2011

Intervista

“Perché c’è bisogno di rima?”

Eh, serve perché la gente tanto non ascolta veramente, però, boh, si accorge che ritmicamente si ripete la stessa sillaba, e allora balla. E se balla, resta. E se resta, consuma.
La musica commerciale è un’invenzione dei commercianti per tenere le persone lontane dalle cose serie e fargli spendere i soldi in patatine fritte, bibite zuccherate e bevande alcooliche.

03 marzo 2011

Nota sul registro

L’alunna A. fuma in classe e vive nelle favole.

31 gennaio 2011

Libera interpretazione degli enunciati al termine del film “Human Nature”

“Quando alcune cose sono conosciute, di cui una è inerente all’altra, oppure si pongono in una relazione distante ma localizzata, la mente immediatamente riconosce, per virtù del normale apprendimento di quelle cose, se siano inerenti o no, se siano distanti o no.”

La mente opera una sintesi delle cose che (ri)conosce, una sintesi differenziale, efficace a fornire un giudizio in merito alle cose percepite.

“Così altrettanto con altre verità contingenti, ed in generale con qualsiasi supporto percettivo del termine; ossia della cosa e delle cose per mezzo delle quali, una verità contingente specialmente riguardante il presente, non può essere conosciuta.”

Poiché la mente riconosce le cose che conosce (a posteriori), non può farlo con tutto ciò che accade contingentamente, ma solo con ciò che passa per la percezione.

“Nello stabilire gli assiomi con questo tipo di induzione, bisogna iniziare ad esaminare l’assioma così prestabilito, strutturandolo con i criteri di quelle informazioni e con quelle dalle quali è derivato.”

Osservando la natura percettiva della nostra realtà, è possibile supporre una realtà immaginata, purché coerente con la realtà fin lì percepita, immaginabile esclusivamente come rappresentazione della medesima, o in qualsivoglia rapporto con essa.

“E osservare se sia più vasto o ampio.”

Una volta percepito l’immaginario, si può dunque rapportare con la realtà sensoriale.

“E se infatti è più vasto o ampio, dobbiamo capire, attraverso l’indicazioni di quelle informazioni assolute, se sia più vasto o ampio per mezzo delle sicurezze collaterali.”

Il gatto sembra mordersi la coda. Una volta realizzato l’immaginario, la misura di quanto immaginiamo è in relazione con l’esperienza dei precedenti confronti di ciò che facciamo riconoscendo la realtà percepita e mettendola in relazione con la realtà immaginata. Di conseguenza, possiamo riconoscere la qualità delle nostre percezioni, relazionandole lucidamente al corpo delle medesime (apprendimento?).

“Poichè non possiamo, nè immettere pensieri nelle cose già conosciute, nè genericamente inseguire ombre e forme astratte. Poichè non possiamo, nè immettere pensieri nelle cose già conosciute, nè genericamente inseguire ombre e forme astratte in oggetti solidi e costruiti cioè fatti di materia.”

In sintesi: non produciamo realtà. La riconosciamo o in relazione al nostro vissuto in ciò che percepiamo di quanto ci circonda, o in relazione al corpo coerente nelle suggestioni che otteniamo nel pensare.