26 settembre 2009

Cinque di cuori

È mattino presto nella terra degli elfi. È ancora quasi completamente buio, benché centinaia di migliaia di luci interiori brucino prima ancora che vengano accese le lampadine elettriche. Gli elfi hanno cominciato a tirarsi fuori dai loro sogni flemmatici, ma le cellule del loro cervello continuano a proiettarsi film a vicenda. Il film è seduto in sala e guarda se stesso sullo schermo.

Fante di picche

Il Jolly si trova nel mondo degli elfi, ma solo a metà. Sa che dovrà partire, perciò è già via per metà. Proviene da tutto ciò che esiste e sta andando verso un non-luogo. Una volta arrivato, non potrà neppure sognare il ritorno. È diretto verso la terra in cui non esiste neanche il sonno.

Sette di quadri

L’elefante prova un ovvio imbarazzo per il modo in cui i suoi avi improvvisamente imboccarono un infinito vicolo cieco. Un onore maggiore va dato al lemure. A guardarlo, forse sembrava un po’ stupido, ma almeno il suo senso dell’orientamento funzionava benissimo. Non tutte le strade portano al Jolly.

Dieci di picche

La porta per uscire dalla fiaba è spalancata. Qualcuno naturalmente dovrebbe fare rapporto, ma non c’è nessuna autorità cui presentarsi. Il Jolly si trascina inesorabilmente verso la corrente fredda, via da tutto ciò che non si trova al di fuori. Si asciuga una lacrima, no, piange proprio adesso. Così quel lesto burlone dà il suo triste addio. Sa che non può contrattare. Sa che il mondo non torna mai indietro.

Fante di fiori

Il Jolly si muove tra gli elfi sotto le spoglie di un primate. Guarda in basso e vede due mani estranee, si tocca la fronte e sa che lì dentro abita il fantasma misterioso dell’io, il plasma dell’anima, la gelatina della conoscenza. Non può arrivare più vicino all’essenza delle cose. Gli sfiora la mente l’idea di essere un cervello trapiantato. Quindi non è più se stesso.

Cinque di quadri

La svolta decisiva si ha nell’arena cerebrale dei tetrapodi. È lì che si annunciano gli ultimi trionfi della specie. Nei neuroni del vertebrato caldo si stappano le prime bottiglie di champagne. I primati postmoderni raggiungono infine una visione d’insieme. E non hanno paura: l’universo vede se stesso col grandangolo.

Asso di fiori

Il mondo esiste. In termini probabilistici, questo fatto sfiora i limiti dell’impossibile. Sarebbe stato assai più plausibile se non fosse esistito assolutamente nulla. In tal caso, nessuno avrebbe potuto chiedere perché non c’era nulla.

Due di fiori

A uno sguardo obiettivo, il mondo non soltanto appare come un evento inverosimile, ma anche come una costante sfida alla ragione. Sempre ammesso che esista la ragione, cioè che esista una ragione neutrale. Così parla la voce interiore. Così parla la voce del Jolly.

23 settembre 2009

Qualcosa da curare davvero

Post in risposta ad un articolo su Facebook.

L’articolo è un po’ esagerato, e cade un po’ nelle argomentazioni di chi pensa al solito complotto internazionale. Non so se ci siano mai stati questi stratagemmi corali ai danni della collettività; ho sempre preferito pensare fosse una sorta di tendenza automatica, generata dal “tentativo di averci provato” che, coincidentalmente, riguarda più organizzazioni statali, parastatali, sovrastatali, enti più o meno locali, et similia. Penso che sia una sorta di “comportamento di riflesso”, un fenomeno amplificato dai gesti via via sempre più importanti man mano che il committente ha responsabilità più pesanti, e che sono generati dall’ignoranza, dalla malafede, dall’opportunismo, dall’interesse, tutti così caratteristici della nostra cultura (o meglio, di quel che ne rimane).
Nell’articolo si parla di “culto del bene ad ogni costo”; in realtà, si tratta di una cultura del bene al costo minore: ammalarsi, per un dipendente, significa doversi assentare dal lavoro per curarsi. Questo ha ovviamente effetti sulla produttività, che in certi casi può risentire dell’assenza di un certo dipendente (sto pensando a mansioni specializzate, siano esse in officina o al computer), e in ultima analisi, sui profitti. Stagionalmente, queste assenze possono essere più frequenti, e quindi generare un “costo sociale”. Non so. Credo che nelle nostre campagne l’inverno fosse la stagione in cui ci si fermava un po’, per quel che riguardava il lavoro nei campi, e ci si dedicava alle manutenzioni, a far figli, alle feste religiose, ai pranzi e AI DIGIUNI che esse comandavano. Oggi pretendiamo il servizio 24/7, e lavoriamo invariabilmente da settembre ad agosto, in parallelo con le stagioni, col maltempo, con la nostra dimensione umana.
Per far prima, ci facciamo operare i polsi quando ci viene il tunnel carpale, stadio ultimo di infiammazioni dimenticate con gli antidolorifici. La chirurgia ormai ha tempi di recupero da day hospital.
Per far prima, ci facciamo vaccinare, e poi ci imbottiamo (suppongo) di ricostituenti e antibiotici. Così non dobbiamo sprecare R.O.L. o ferie “per la malattia”.
Tutti questi ragionamenti ci stanno. Se abbiamo il modo di arginare i malanni, perché no? Non dobbiamo dimenticare che è anche un modo per controllare i falsi malati: al giorno d’oggi, chi può più permettersi di stare casa con la scusa del 37 di febbre?
No, non ci sono complotti; giusto quell’opportunismo alimentato dalla cultura malata di cui è curiosamente sintomo.
Qualcosa da curare davvero è il nostro bistrattato buon senso.

22 settembre 2009

Regina di picche

Più il Jolly si avvicina all’annullamento eterno, più chiaramente vede l’animale che gli viene incontro nello specchio, quando si sveglia. Non trova conforto nello sguardo sconsolato di un primate triste. Vede un pesce stregato, una rana che ha subìto una metamorfosi, una lucertola deforme. Questa è la fine del mondo, pensa. Qui il lungo viaggio dell’evoluzione di colpo si arresta.

Nove di fiori

Il Jolly si sente crescere, lo sente nelle braccia e nelle gambe, sente di non essere un semplice prodotto della sua immaginazione. Sente crescere smalto e avorio nella sua bocca animale antropomorfa. Sente la leggerezza della costola del primate sotto la vestaglia, sente il polso battere e battere regolarmente, pompando il caldo liquido nel corpo.

Asso di quadri

Qualcosa tende l’orecchio e spalanca gli occhi: su, oltre le lingue di fuoco, oltre lo stesso brodo primordiale, su, attraverso caverne sotterranee, e su, su, oltre l’orizzonte della steppa.

Due di quadri

Il sentiero misterioso non va verso l’interno, ma verso l’esterno, non va verso i labirinti ma fuori dei labirinti. Al di sopra di nebbie a idrogeno, rotanti braccia a spirale ed esplosive supernovae il segreto è passato. L’ultima tappa è stata una ragnatela di macromolecole auto-costruite.

19 settembre 2009

Sei di picche

Lui si sente fluttuare nello spazio vuoto. Non può assolutamente continuare così. Non merita forse di fare un passo avanti? Il Jolly fa qualche gesto di sfida davanti allo specchio della camera da letto, cerca di strappare all’anima del suo alter ego un’occhiata sagace. Ma tutto è come prima. Stringe i denti, si dà un pizzicotto per svegliarsi dal miracolo.

Tre di quadri

La ragnatela dei segreti familiari si è elevata dal micropuzzle del brodo primordiale fino ai crossopterigi chiaroveggenti e agli anfibi all’avanguardia. Con attenzione, il testimone è stato passato da rettili a sangue caldo a lemuri acrobati e a tristi scimmie antropomorfe. Un’autocoscienza latente faceva forse capolino in fondo al cervello dei rettili? Nessun antropoide eccentrico ha mai avuto un confuso presentimento del piano generale?