17 luglio 2009

Questo nefasto venerdì diciassette

Quando ho commesso il più grande errore della mia vita (quello di lasciare la ragazza che mi amava nonostante tutto), ho cominciato a chiudermi in me stesso.
Una volta raggiunto un certo grado di distacco, ho tentato di tornare da lei – ma lei non c’era già più.
Ma continuavo a dirmi: “tornerà”.
Non tornò, e ormai sono passati quasi due anni.

Con mio grande disappunto, solo stasera sto realizzando di aver buttato nel cesso due anni della mia vita.

Quando ci lasciammo, io poi lasciai tutto il resto: gli amici, la cura di me stesso, lo studio, la musica a cui tenevo, il lavoro, pretendendo però sempre le stesse cose, e fingendo sempre e comunque che le cose andassero sempre bene. O almeno normalmente.

Mi sedevo alla finestra della mia torre d’avorio, e ricevevo gli altri come ospiti ai quali non mi sarei mai sognato di mischiarmi: le ragazze a cui ho chiesto di uscire mi hanno sempre rifiutato, Francesca non voleva saperne di me, gli amici certe volte non mi telefonavano più. Uno strano, triste, silenzio compulsivo ha cominciato a riempirmi le giornate. Tutte uguali, più o meno.

Ripenso a lei, quasi ogni giorno. Quando ci penso, se mi va bene il pensiero è fugace, e scivola via. Altre volte, come oggi, sento che mi manca al punto che vorrei strozzarmi per quello che ho fatto; che, se fosse solo per quello, poco male. Il fatto è che semplicemente non ho più fatto nulla, e sono stato spesso patetico, stronzo, meschino, falso, brutto, triste.

Non cerco di farmi compatire: sto sempre a dire che il blog è un mezzo con cui mi esprimo, e, davvero, se lo rileggo non riesco a trovare molte tracce di Tamer, fra tutte quelle parole.

Io amavo stare in compagnia, amavo stringere Francesca in un abbraccio, sentirne il respiro. Amavo anche solo camminarle a fianco. Amavo Dio, amavo la gente, amavo stare fra le persone. Guardavo i bambini, e sapevo che potevo farli sorridere.
E adesso che sono passati giusto due anni, che cosa posso dire, di me?

Niente.

Non ho niente da dire.
Penso che sia la più bassa concezione di me che ho mai avuto.

6 luglio 2009

Questa volta è andata così

La prossima andrà meglio. Senz’altro.
È tardi, la mia pausa pranzo finirà tra pochi minuti; poi dovrò rivestirmi, finire il caffè, sciacquarmi la bocca, i denti. Inforcare la bici, andare al lavoro: le ultime quattro ore per oggi.
Senza fiato: cena, due lavoretti al PC da sistemare, caricare la macchina, andare alle prove.

Oggi ho mangiato verdure grigliate e il mio pane, olio e sale come condimento.
Ho fatto il solito caffè doppio, leggero.
Volevo sentire un po’ di certa musica, invece sto sentendo l’EP dei Detektivbyrån.
Ieri volevo fare anche io il bagno, sabato avrei voluto uscire, avrei voluto che non piovesse. Venerdì… la frustrazione del venerdì non me la ricordo. Meglio.

Ma questa settimana andrà meglio. Forse pioverà di giorno, ma non importa.

Sì, questa settimana andrà meglio.
Repetita juvant.

21 giugno 2009

Le idee di un porcellum per quanto riguarda il referendum

Oggi e domani siamo nuovamente chiamati alle urne per il referendum sulla legge elettorale: vediamo un po’ di che si tratta.

Anzitutto, quello di cui stiamo parlando è un referendum abrogativo: questo significa che votando SÌ ad un quesito si va ad abrogare una legge, oppure una o più parti della medesima. Votando NO, la legge indicata dal quesito rimane invariata.

So che per almeno i primi due quesiti si va a modificare una buona parte di un decreto legislativo del 1993 in merito all’attribuzione del premio di maggioranza alle liste singole o coalizioni che dovessero risultare vincitrici in sede di votazioni per l’elezione di candidati al Parlamento, sia per la Camera dei Deputati (primo quesito referendario), sia per il Senato (secondo quesito referendario).

Ora, le parti del decreto legislativo che il referendum mira ad abrogare riguardano l’assegnazione del premio di maggioranza alle coalizioni e soprattutto la possibilità di formare coalizioni (il testo della proposta di referendum, già bocciata nel 2008, è disponibile in rete). Con la vittoria del SÌ, non solo la coalizione non rappresenterà più una strategia, ma non sarà più nemmeno possibile; nei fatti, l’Italia passerebbe da un sistema bipolare (coalizioni di partiti, spesso molto frazionati a sinistra) ad un sistema bipartitico, sul modello di Stati Uniti e Gran Bretagna, le uniche due nazioni occidentali ad averlo adottato.

In questo caso specifico, peraltro, mi sembra di aver letto da qualche parte che il premio di maggioranza andrebbe a garantire il 55% dei seggi, sia alla Camera dei Deputati, sia al Senato; è “fisiologico” in un sistema bipartitico, in quanto una maggioranza certa non espone continuamente un governo eletto al rischio di caduta per via di una inevitabile e frequente presentazione di richieste di fiducia che altrimenti ne caratterizzerebbe un breve operato.

Da queste considerazioni, si capiscono le ragioni di chi propone il NO, o l’astensione: la modifica dell’attuale legge elettorale non favorisce i partiti storicamente “deboli”, siano essi di estrema destra o di estrema sinistra; e, per com’è l’assetto politico italiano, nemmeno partiti che non siano almeno parzialmente centristi. Per la destra italiana il problema non si pone, essendo il PDL l’unico partito più rappresentativo della destra dalla fine di Alleanza Nazionale, ed è comunque di centro-destra; per la sinistra c’è una realtà di piccoli partiti già ora non in grado di superare lo sbarramento, e che, in caso di modifica della legge elettorale, non avrebbero più alcuna prospettiva, né senso di continuare ad esistere per come sono, mentre il Partito Democratico è abbastanza grande da non scomparire, e potrebbe essere finalmente in grado di assorbire anche quell’elettorato che ancora non è voluto scendere a patti con una soluzione “centrista”.

Altre ragioni del NO/astensione sono: la denuncia verso i costi di questo referendum (con l’implicita ingiustizia sociale a danno dei terremotati) e lo scongiuramento della possibilità che si formi, in una Italia all’interno dell’Unione Europea, e nel 2009, un regime totalitario di stampo fascista.
Per quanto riguarda i costi, non so, non sono molto informato. Ricordo qualcosa circa la proposta di accorpare alle recenti amministrative e votazioni per il Parlamento Europeo anche il referendum, ma forse sono totalmente fuori pista. Se ho capito bene, comunque, alla fine molti italiani sono chiamati alle urne per decidere ai ballottaggi delle amministrative; in ogni caso, probabilmente, anche in virtù dei timori totalitaristici di chi è per il NO, questo referendum meritava lo stesso una sorta di “esclusività” per ponderare meglio sulle scelte, perché si tratta di una scelta importante. Raggiungere il quorum, votare per il SÌ, per il NO; se esiste la possibilità di un cambiamento, se siamo chiamati a decidere – facciamolo, è comunque l’esercizio di un diritto e l’affermazione che questo è ancora un Paese libero, democratico, repubblicano. La res pubblica è peraltro inviolabile, e protetta dalla nostra Costituzione in un articolo immodificabile, cioè l’articolo 139, oltre che per il principio repubblicano espresso nei primi dodici articoli. Dunque, anche se un governo con la maggioranza assoluta garantita dovesse andare al potere (e tecnicamente non sarebbe un risultato ottenibile esclusivamente con il cambiamento dell’attuale legge elettorale), non gli sarebbe lo stesso così facile pasticciare con le leggi costituzionali, in quanto l’iter per la loro modifica è lungo (almeno un anno, e quattro delibere del Parlamento, di cui due a maggioranza qualificata).

In sintesi, il NO e l’astensione efficace lascerebbero invariato lo scenario politico attuale: il bipolarismo e le tattiche di coalizione, la difficoltà di stendere un programma elettorale, l’insicurezza a procedere per non scontentare i propri alleati. Il SÌ promuoverebbe la stabilità governativa, una maggiore determinazione programmatica, uno schierarsi consapevole.

Chiaramente, entrambe le alternative hanno molti più aspetti e sfumature di quante io non sia riuscito a presentare in questo articolo. Il maggioritario cui andremmo nuovamente incontro con il SÌ “sminuisce” per certi versi le scelte dell’elettorato. Ma snellirebbe il panorama politico italiano, lasciando le minoranze nell’ambito extra-parlamentare: secondo me questo significa riportare una politica più ricca lontano dai teatrini televisivi che siamo tristemente abituati a sorbirci, e farla “scendere” nuovamente nelle piazze delle nostre città, alle scelte dei singoli, ai comizi elettorali nelle realtà locali dei comuni, delle amministrazioni comunali, delle aggregazioni spontanee. Nella sala dei bottoni le decisioni sono troppo importanti per essere affidate a gente che rischia scelte sbagliate per ragioni di partito: le tattiche per arrivare allo scranno e lo svilimento della giustizia cui stiamo assistendo sono forse il naturale risultato di idee politiche vecchie e quasi secolarizzate, e non accadrebbero in un sistema più neutrale, più intercambiabile, più definito per linea di massima.

Mi avvio alla conclusione facendo un passo indietro, tornando ai quesiti referendari; il terzo quesito riguarda la possibilità di candidarsi contemporaneamente in più circoscrizioni. Le circoscrizioni corrispondono grosso modo alle Regioni (la suddivisione esatta dipende da quale Camera del Parlamento è oggetto della votazione per eleggere i suoi membri), ed ognuna è a sua volta divisa in collegi uninominali. Quando era in vigore la vecchia legge elettorale (maggioritaria), fra il 1993 e il 2005, ad ogni collegio uninominale corrispondeva un seggio in Parlamento: il candidato che risultasse il vincitore per quel collegio prendeva il seggio. Dal 2005 i seggi vengono attribuiti proporzionalmente (con sbarramento al 4%) sulla base dei collegi all’interno di una circoscrizione, ognuna delle quali “vale” un certo numero di seggi in Parlamento (circa una quindicina di seggi per il Senato, e una ventina per la Camera dei Deputati). Ebbene, con l’attuale legge elettorale è possibile per un candidato essere presente in più circoscrizioni; poi, in caso di vittoria in più collegi e circoscrizioni, delegare i propri seggi ad altri candidati della lista. Un esempio simile è stato il recente caso delle elezioni al Parlamento Europeo, che ha visto la candidatura di candidati ineleggibili (Berlusconi e Di Pietro, tanto per fare due nomi, che non potevano ricoprire l’incarico di Europarlamentari in quanto Primo Ministro l’uno e Parlamentare l’altro) come “specchietto per allodole” al fine di guadagnare più voti, magari tradendo la buona fede degli elettori meno smaliziati. Quindi, se passa il SÌ non sarà più possibile delegare ad altri il seggio conquistato in altre circoscrizioni, come invece si potrà continuare a fare se passa il NO.

Concludendo (finalmente!), mentre fino a ieri la mia disinformazione mi faceva propendere più per il NO o per l’astensione, scrivere questo articolo mi ha obbligato ad informarmi, a leggere, a documentarmi. Ora posso scegliere, e sono abbastanza convinto che una buona cosa sarebbe che si raggiungesse il quorum per questo referendum e che vincesse il SÌ.

Voi che ne pensate?

1 giugno 2009

Campionario di banalità

Anzitutto eravamo partiti col piede sbagliato, cercando di fare il passo più lungo della gamba. Scivolammo così sulla proverbiale buccia di banana, cavalcando a spada tratta lungo l’argine della nostra incoscienza. Sedemmo sugli allori per mesi, e fu nel nostro maggio che raccogliemmo i frutti lasciati maturare al sole. La giostra dei cavalli a dondolo si fermò, e piansero i gatti sui tetti che avevano una macchia sul nasino all’insù, a guardare quella luna piena ed a rimirar le stelle.
Al di là della siepe, un deserto di macchine e i soliti maxi-sconti: i poliziotti ci mettevano le mani in faccia, donne nervose per i loro matrimoni in pezzi procedevano a zig-zag nel traffico cittadino. Dove son finiti i bei tempi andati? Quando eravamo piccoli i sapori erano più intensi, e si poteva stare sotto il sole che non ti scottavi: adesso chissà cosa c’è nel cibo confezionato. E poi l’aria è tossica e i mari sono inquinati. Le rondini se ne vanno a marzo e tornano a settembre, son qui in ufficio e non vedo l’ora che passi questo lento pomeriggio immobile.
Mi distrae il titolone delle testate giornalistiche: in questi spazi soffocanti non mi resta che impilare cassette della frutta e vivere vendendo matite e dormendo in scatole di cartone. Ho così tante sfumature che non mi resta che disegnare, tratteggio forme su fogli di carta buoni solo per incartarci il pesce. L’ospite mi diventa scomodo e ingombrante, ultimi scampoli di primavera in questo cielo a sprazzi. La fine dell’arcobaleno al di là dei miei sogni d’oro non è che tutto fumo e niente arrosto, sulla rotonda di un valzer dolcissimo nelle pieghe dei miei ricordi in una notte di mezz’estate.

3 maggio 2009

Prosit!

Ci si deve abituare a tagliare il cibo in piccoli bocconcini grandi al massimo quanto una falange del proprio pollice: si devono infilare in bocca uno alla volta, masticandoli dapprima con gli incisivi e poi mano a mano distribuendo il bolo verso i molari, aiutandosi con la lingua. Bisogna masticare decine e decine di volte, sentendo sfumare la consistenza del cibo negli zuccheri e negli amidi rotti dall’azione enzimatica della saliva. Si deve riuscire a deglutire senza sforzi, e il prossimo boccone va fagocitato a ingestione ultimata del precedente. Le prime volte si scoprirà che il tempo del pasto si allunga notevolmente, ma che con la bocca meno piena si parla anche un po’ di più e si gusta meglio il sapore delle cose, oltre che della compagnia di un altro essere umano. Diventa comunque necessario masticare un po’ più in fretta per non attardarsi troppo a tavola: questa maggiore stimolazione mascellare produce un massaggio alle trombe di Eustachio poste nell’orecchio interno, facilitando l’espulsione del cerume. Di conseguenza, oltre a farvi sentire meglio poiché ci si facilita la digestione, insomma, masticare velocemente piccoli bocconi v’aiuta anche a sentire meglio in generale, e questo è sempre importante nell’ascoltare qualcun altro che parla, che peraltro non dovrà sforzarsi di usare un tono di voce troppo alto, riducendo così l’inquinamento acustico. Dicono anche che sia meglio iniziare il pasto con della verdura a temperatura ambiente: essa contiene sostanze che stimolano la pepsi e danno un maggiore senso di sazietà. Ovviamente, poco tempo dopo il pasto capita di sentire un leggero appetito: è una buona occasione dunque per spezzare l’attività, e gustarsi un frutto di stagione, bersi del tè, fare due passi, sgranchirsi le ossa, ossigenare i rapporti, sorridere.

Ci sono sempre dei validi motivi per essere seri, ma sinceramente non ne vedo di altrettanto validi per essere sempre seriosi rispetto al quotidiano.

23 aprile 2009

Superperdente

Come si chiama quando lasci perdere il tuo schiacciante vantaggio? Come si dice quando tutto quello che vuoi opporre ad una carica di bufali impazziti che sta per travolgerti è un semplice gesto del braccio, e a volte nemmeno quello? Come si chiama quando Kal-El indossa abiti di kriptonite, o è vicino ad una pietra di Clark Kent, cullato dal sordo vibrare della propria impotenza?

Centomila cavalli vapore di potenza dispersi in milioni di anni luce cubici di vuoto mentale prima di esprimersi.

Il mio amico superperdente osserva un mondo che non capisce attraverso un oblò portatile indossato su un occhio solo; sull’altro porta una benda, e si copre le orecchie così forte che invece del silenzio ascolta il proprio dolore pulsante. Al ritmo del cuore, al ritmo del cuore…
E intanto fuori piove, e intanto fuori albeggia, e la gente passa, e si muove, e fa le cose che deve o che può, o che vuol fare.

Al mio amico superperdente gliene frega soltanto delle cose che riesce ad afferrare. Spesso nemmeno di quelle. Otto milioni di farfalle sotto formaldeide lo lascerebbero al suo torpore, la foto di una formica lo esalta a livelli di fissione atomica. La debole carica magnetica nella sua memoria a breve termine si esaurisce in piani ondeggiamenti ridondanti, al sicuro di un’insonnia scavata in un bozzolo sotto le coperte.

Essendosi ritirato a vivere nella sua testa, osservando il piattume da un solo occhio, il tempo assume un significato atroce: l’assoluta immobilità di un giorno che è valido per ogni data. Il pomeriggio di ieri e la mattina dell’anno prossimo descrivono lo stesso grigiore, lo stesso sangue flemmatico, gli stessi bordi delle medesime pagine bianche, scritte con pazientissima e certosina cura con l’inchiostro simpatico.

Eppure qualcuno c’è. Nella stanza del palazzo disabitato puoi osservare l’assenza di polvere e ragnatele. Puoi osservare i resti d’un pranzo, le foto d’una domenica d’inverno. La moka col caffè ancora caldo dentro. La sensazione d’una voce dall’altra stanza.

Eh? Aspetta. Era solo un’impressione.
Ricominciamo.

Ciao, come va?

12 aprile 2009

Vangelo secondo Giovanni 18, 37-38

Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”.

10 aprile 2009

Esotico #n

Prendi del denaro, e compra.
Compra qualunque cosa valga quel denaro: spesso assieme ti danno in omaggio cose invisibili che non ti riguardano.
Queste cose invisibili che non ti riguardano le porti appresso sulla schiena, che non riesci ad esaminare con il tuo sguardo diretto. A volte ti ritrovi davanti allo specchio, e te ne accorgi.
Tenti di scrollartele di dosso, ma è difficile, è faticoso.
Le tieni. Sono invisibili ai tuoi occhi per gran parte del giorno, e le dimentichi.
Poi quelle cose rimangono quando te ne sei andato dalla stanza.

Restano in uno splendido salotto rococò a farsi abbracciare da luce ovattata, fatta di raggi visibili nella polvere, e una sorda vibrazione. Finché il padrone nuovo arriva, guarda in giro, s’annoia.
Compra quelle stesse cose per rivenderle, e nel farlo se ne accolla di nuove. Invisibili, che non lo riguardando, e che tenta di scrollarsi di dosso, ma di cui si dimentica.
Il gioco continua, e continua, finché i salotti rococò diventano uno strato geologico di roccia sedimentaria.

Gli eoni passano, la pressione interna sale. Vi sono eruzioni, e oceani di magma acido, che alimentano reazioni esplosive: si formano montagne e valli, gole di canyon, piatti, freddi e silenziosi altipiani. In questo rimescolamento di concetti, un germe si forma: si moltiplica in filamenti. Ha un carico di micro-cose invisibili e che non lo riguardano che trascina qui e là. I filamenti si intrecciano in tessuti, il tessuto riveste un organismo nuovo: vita.

Nella notte millenaria dell’incoscienza, le stelle brillano sull’intelligenza assopita. Tremolano in bagliori di approvazione sulle conquiste del pensiero fattosi materia, realizzate scansando e trascinandosi attraverso una fitta selva di cose invisibili e che non lo riguardano. Viene plasmato e assorbito per osmosi, acquisisce una volontà, e una serie di intenzioni. L’occhio si fa bocca, l’apprendimento la digestione del cibo, e l’abbandono del rifiuto. Inizia il ciclo dell’azoto, la trasformazione degli zuccheri in energia. Si cristallizza il calcio, si stratificano le fasce muscolari. Bianchi denti affondano in rosse carni, e lacerano via energia a brandelli, e strazianti grida. La quiete della vita vegetale, la ricchezza di scambi e mutazioni del regno animale, il costante lavorio del’invisibile, e una struttura di conseguenze, cose invisibili e che non riguardano niente.
Va formandosi da una infinità di attimi, lega e separa ogni cosa: dalla prospettiva dell’infinito, causa e effetto vanno confondendosi. Ogni distanza è dimezzabile, ogni vicinanza è una forma di distanza, e dunque niente può essere veramente vicino: quel che non è coincidente, è diverso e slegato, e segue la corrente di cose invisibili e che non riguardano nessuno che i nostri Padri avevano ereditato dagli acquisti con il loro denaro.

Madonna dona cinquecentomila dollari ai terremotati dell’Aquila, si vedono delle stelle dalla finestra del mio salotto rococò.

6 aprile 2009

Certi pensieri notturni

Odia per difendere, ama per costruire.
La cosa peggiore da fare quando ci si sente soli è proprio quella di stare da soli.
Se sei disposto a bisbigliare con qualcuno attraverso il buco della serratura, tanto vale spalancare la porta.
Tu sei l’Altro.
Ci si spaventa così tanto di fronte ad una prospettiva, e ci si annoia a morte se non accade niente di nuovo.
Il cambiamento non implica il movimento. Il cambiamento porta però da qualche parte.
Quanto sei disposto a ricevere per amore? E quanto sei disposto a dare per odio?
Se si cammina assieme, ci si ferma assieme. Ma se siamo chiamati, dobbiamo andare. Il Cammino dunque spesso non è il medesimo, e non sempre c’è un posto al nostro fianco.
Qualcosa che non volevi che succedesse è successa, qualcosa che volevi che accadesse non l’avrai fatta accadere: questo ci dovrebbe ricordare che non siamo mai veramente soli.
Le parole rompono il silenzio, i gesti sbloccano la paralisi.
Se sei stato spinto giù dal burrone, e sei sopravvissuto, la cosa più saggia è spostarsi da là sotto: qualcun altro ti potrebbe precipitare addosso, e tu potresti non essere più così fortunato.
Ama per essere, odia per avere.

24 febbraio 2009

Piccola poesia carina senza titolo sulla pazzia

Mi dissero
Matto,
Ed è quel che
Sono.

E mi piace;

Ma la gente
Punta
Il dito.
E a me non importa,
Però mi spiace
Per loro,
E un po' dispiace
Anche per me.

Però
Mi spiace più
Per loro.

5 febbraio 2009

La cagnolina e il locale jazz

Scivolo, e scivolo, e scivolo via, e le gocce sul parabrezza, e le luci, e il buio, e tutto scivola, scivola, e scivola. Amico, poi respiri, e poi c’è il tergicristallo con il suo colpo ritmico, il suo groove, il suo bum-pshhh… Prendi il treno, la polvere di stelle, e andiamo a Dixieland, amico!
E poi ci sono io, seduto su quello schifo di marciapiede, un tacco nella pozzanghera, un altro su una cicca di tabacco, a tagliare questo schifo di notte putrida con il mio rauco lamento blu.
Questo basso nanetto cattivo mi ha trascinato nell’ombra di grattacieli luminosi e scintillanti insegne al neon, fuochi di calore fatuo, alcolico, al lattice. Dove sei, zuccherino? Dove sei con la tua torta di mele, il coniglio bianco e tutto il resto?
Non ci capisco più niente! Mi fa male l’asfalto, lo sai? I passi mi fanno male, le punte degli ombrelli, il gioco della campana lavato via da questo acquazzone di fine inverno. Tutto sul mio collo, sulla mia guancia, sui miei denti, sulle mie lacrime.
Vengo via da Las Vegas ogni maledetto 1999; e me ne resto spiaccicato proprio qui, bello, fra lo sgabello e lo spigolo arrotondato di questo grosso, spesso, massiccio, legnoso e putrido bancone! C’è troppo ghiaccio in questo bicchiere, Laurel! Maurice, Laurel… è lo stesso…
E tu credi che non sia il tipo giusto per te, bellezza? Che non ce la possa fare? Credi che non ti farei divertire? Al diavolo, allora. Vai, vai, stai pure con quel pezzo d’impiegato! Con la sua Bentley del ’59, la brillantina, e tutto il resto. Vai! Ma vai davvero, riprenditi le scarpe e il rossetto che mi hai lasciato sul colletto del cuore. Stupida bambola! Di tutti i bar che ci sono al mondo, proprio nel mio…
Meno male che ci sei tu, sacco di pulci. Meno male, meno male.
Andiamo, è tardi. Lo senti questo? Questo è l’Uccello. Senti come usa il suo sax. Ti fa ridere, vero? Ah ah ah! E non farmi quel muso! Siamo entrambi soli come cani…

2 febbraio 2009

Aftermath!

Devo dire che, nonostante certi toni di polemica, sono abbastanza contento di aver potuto assistere a scambi d’opinione per qualcosa che ho scritto. Non ho intenzione di scendere nel merito dei commenti lasciati dai vari Anonimo, né di Testimone2; trovo però doveroso magari spiegare due o tre fatti che, a causa del fatto che sono uno scrittore dilettante a tempo perso, possono essere stati male interpretati.
Anzitutto, “perché Beirut?” potrebbe chiedersi ben più d’uno. In realtà è una cosa goliardica nata come battuta in birreria, originariamente nemmeno indirizzata ad una bella città come Parma (che apprezzo e sento mia, e dove peraltro studio matematica). Quando si è poco più che ventenni, maschi, e fra amici, spesso capita di ridere di cose apparentemente prive di senso, come, se riuscite a coglierne il nonsense appunto, l’assurdità di collocare Beirut fra Casalmaggiore e Piadena. Provate anche solo a pensarci: ammetterete che come castroneria fa quanto meno sorridere. E così, con questa trovata letteraria (non in quanto opera d’arte, ma in quanto vizio di forma, se così si può dire), ho deciso di dare un tono ironicamente serioso al mio post, che non voleva che essere un resoconto tragicomico d’un sabato fantozzianamente partito male (si fa per dire) e finito, volendo, anche peggio.
Per fugare ulteriori dubbi (e potrebbero essercene a dozzine, me ne rendo conto), vorrei chiarire la focalizzazione nel mio racconto: l’autore, cioè io, è sia il narratore che “l’inaffidabile” testimone; la mia adozione di questo “stile” voleva semplicemente ribadire il concetto di “unreliable narrator”, affermando, molto sottilmente, che ogni racconto è di parte, in quanto ogni esperienza lo è.
Non ho più altro da dire sull’argomento; ulteriori questioni verranno discusse in privato.

31 gennaio 2009

Paura e delirio a Beirut

Come alcuni sanno, Beirut (pr: Bej-rùt, ovvero “eupepsia”) sta fra Casalmaggiore e Piadena, non necessariamente in un qualsivoglia intorno, e/o allineamento. Beirut, che ottusamente viene definita dai non-autoctoni come Parma, o Palma, presenta caratteristiche climatiche peculiari: ad oggi è l’unica area del Paese a presentare isolate quanto improvvise precipitazioni a carattere nevoso, anche di forte intensità.
L’avventura dei nostri si svolge appunto in quelle terre di nessuno; il Lettore perdonerà all’autore se questo ricorrerà a palesi stravolgimenti dei fatti – artifizio necessario data l’inattendibilità del testimone dal quale il medesimo ha ricavato le sue ispirazioni.
“Fu notte”, così inizia il racconto, “e il viaggio cominciò. Di chilometro in chilometro, sempre più una strana luce rivelava le strade che percorrevamo, ed i campi a ridosso di esse; una luce di riverbero, ché tutto a poco a poco appariva ricoperto d’una neve tanto immacolata da sembrare fatale.”
Il testimone è stanco. Chiude gli occhi, assume una postura ingobbita. Freme. Ma prosegue il suo racconto.
“Vagavamo sprofondando passi in quella neve mista a pioggia e fango, e non c’era nessuno. Solo macchine e una sinistra siepe che avevano potato ad arte per darle la forma d’un uomo che suona un pianoforte. Quindi arrivammo al laboratorio.”
Il laboratorio, o Laboratorio, altro non era che un centro sociale; quella sera avrebbe ospitato l’esibizione d’un amico dei nostri, e questo spiega il motivo per il quale s’erano spinti così lontano dai più ospitali luoghi che erano soliti frequentare.
“Accadde ogni sorta d’equivoco, all’ingresso. Una di noi venne scambiata per una francese; poi, mentre ci veniva continuamente esortato di – tacere! tacere! – fummo messi in imbarazzo per una questione d’onorari; ma eravamo di passaggio! e così fu deciso di fare alla portoghese, ma parlavamo – zitti! – se così si può dire, in sei, sette contemporaneamente; fra gli squittii che adoperavamo in luogo di parole chiare e scandite, un velo di confusione coprì quella strana conversazione, al termine della quale eravamo stati tutti marchiati”.
Giorni dopo, si scoprirà, il marchio impresso sulle mani destre dei nostri tardava a scomparire, tanto era efficace la nerezza dell’inchiostro usato.
Intanto la mia fonte è ai limiti della sopportazione. La tensione che lo assale nel raccontarmi le sue disavventure sta per sopraffarlo. Al Lettore basterà sapere che i nostri, malamente accolti nel centro sociale, si trovarono nella prospettiva di dover assistere ad una rappresentazione teatrale minimalista, subito disertata per una battuta di ricerca d’una taverna a buon mercato. Tale ricerca si rivelò infruttuosa, ostacolata dalla cattiva memoria d’una ragazza che diede loro delle indicazioni imprecise e probabilmente erronee.
Tornati, sedevano impassibili ad un tavolino traballante dotato di sedie scompagnate. Per la precisione, due sedie ed uno sgabello ben più alto del tavolino. Venne dunque il momento dell’esibizione del loro amico, al secolo detto “Il Turro”, che si svolse in un clima d’indifferenza generale.
“Tentò di scuotere le coscienze indirizzando a destra e a manca pesanti ingiurie, ma l’intelletto di questi universitari di sinistra era come ovattato da uno spesso strato di insensibilità sia per l’uomo, quanto per l’artista”.
Le poche, flebili parole che il testimone è in grado di regalarmi raccontano di una rovinosa fuga da Beirut, di strade sbagliate, di conversazioni e dormiveglia, di blocchi di neve, di rendez-vous e telefonate.
“Alla fine”, aggiunge stremato, “sulla via del ritorno sostammo in un bar di periferia, in cui erano per lo più serviti gli scarti delle peggiore bettole dei dintorni; gente molesta e incline alle perversioni di Bacco, che entrava già abbondantemente alterata, e che di là se ne usciva parimenti o maggiormente, in un delirio chiassoso che ci lasciava inquieti e atterriti, essendo la chiara manifestazione di come può abbassarsi la dignità umana”.
Termina dunque il suo racconto, in un sospiro che potrebbe essere di sollievo o di rassegnazione; non mi resta allora che raccogliere i miei appunti e prendere la porta per la via di casa. Mentre guido nella notte, penso e ripenso alle parole del vecchio; giunto al mio umile giaciglio, mi spoglio e mi stendo, e, cullandomi nelle immagini di quella avventura antica, finalmente mi addormento.

22 gennaio 2009

Il tardivo mio primo post del 2009

In realtà questo post è di stanotte, ma avendo avuto problemi di connessione sono costretto a pubblicarlo solo stamattina. Eccolo.

Tanto per scrivere e non comunicare nulla, ora mi siedo qui, e faccio andare i pensieri, le dita, gli occhi, le mani. Perché ho questa esigenza di strappare, ho questa esigenza di aprire la bocca e fare uscire luce. Ma giusto per un minuto. O cinque secondi. Poi me ne ritorno nella buca che mi sono scavato, e faccio il bravo. Ricomincio a masticare, sputacchiare, accumulare.
Io in realtà non sono dissimile da un castoro. Ma ho i denti cariati, e, sinceramente, cheppalle: sempre legno. Allora mi avvolgo in quella coda da cartone animato, divento una scaglia di cioccolato, che, sciogliendosi, mi rivela. Sopravvissuto ad un colpo apoplettico, ma rimasto cerebroleso. Sbagliato: io sono un malato di cuore. Sono un malato di milza, che però seguita a correre. La milza spappolata tanto si riassorbe in una grossa, oscura, pulsante cicatrice, che va da qui a lì, e si colora di diverso. D’estate prude, d’inverno sente il freddo.
Cicatrice, scar tissue. Che meraviglia, il nostro corpo! Fatevi tagliare una libbra di carne, e se sopravvivete, quel buco si rimarginerà.
Se chiudi una porta, la vista della stanza viene sostituita dalla vista della porta.
Chiaro, ovvio, semplice. Lineare. Se non ci sono più parole, se non c’è più contatto, c’è l’assenza. Assenza, silenzio; silenzio, sconforto; sconforto, dolore; dolore, forza; forza, sicurezza; sicurezza…
No. Non sono sicuro di come continui. Rimane sempre il pericolo della sepsi, e poi la cicatrice si rimargina solo se stai fermo. Squarciati la pancia, e continua a saltare, a torcerti. Vedrai se e quando il taglio si richiuderà! Devi star fermo, ma intanto puoi guardare. Puoi respirare. Puoi accendere un fuoco, e sbuffare messaggi effimeri su, su… sempre più in alto, fino a quando il doppler particolare tiene, finché la nuvoletta non si trasforma in un alone grigio e indistinto.
Lo so. Questo post non ha senso. Inutile che poi me lo venite a dire. Ma capite. Io qualcosa lo devo pur sussurrare. Sbraito già abbastanza, per niente. O per apparire, chissà. Allora sussurro queste mie cosette semi-criptiche, ma è un minuto, poi passa. I minuti passano.
Chiaro, ovvio, semplice. Lineare.
Promettetemi solo che sarete spigoli vivi. E muovetevi. La luce è già spenta, e io che m’aggiro, indistinto nell’invisibile, gradirei sentire comunque qualcosa, pure se fa male, anche se spacca, taglia. Fruga. Così, quando avrò finalmente trovato l’interruttore (scoprendolo inutile, vuoi perché non accende la luce che mi serve, oppure perché la lampadina è da sostituire), potrò cominciare ad apprezzare la mia facoltà di vedere, potrò appigliarmi ad una fatica, a qualche responsabilità maggiore del semplice “devo”.

La parola chiave, amici miei, è RISCHIO.

16 dicembre 2008

Se Ti Tagliassero A Pezzetti

di Fabrizio De André



Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di un dio
di un dio il sorriso.

Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere, parole d’amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso.

Rosa gialla rosa di rame
mai ballato così a lungo
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino
alla fine siamo caduti sopra il fieno.

Persa per molto persa per poco
presa sul serio presa per gioco
non c’è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera
spettinata da tutti i venti della sera.

E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.

T’ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo
presa in trappola da un tailleur grigio fumo
i giornali in una mano e nell’altra il tuo destino
camminavi fianco a fianco al tuo assassino.

Ma se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di un dio
di un dio il sorriso.

4 dicembre 2008

Una continua ed intontita veglia

Queste città
le abbiamo costruite
in moduli
così da poterle resettare
volendo
tanto la varianza umana
che vi abita
è irrilevante

Qui non scende più la notte
Ed i sogni non esistono più
Una continua ed intontita veglia
Nella città che non si ferma mai

Siamo riusciti ad eliminare
religione e sentimento
ragione e sentimento
Tutto quel che resta
è il nostro
indiscusso
potere

Qui non scende più la notte
Ed i sogni non esistono più
Una continua ed intontita veglia
Nella città che non si ferma mai

Questo sistema
è perfetto
L’equilibrio
è stato raggiunto
Siamo sicuri
che riusciremo a mantenerlo stabile
Per almeno i prossimi
diecimila anni

Qui non scende più la notte
Ed i sogni non esistono più
Una continua ed intontita veglia
Nella città che non si ferma mai

Qui non scende più la notte
Ed i sogni non esistono più
Una continua ed intontita veglia
Nella città che non si ferma mai

2 novembre 2008

Post brevemente assurdo

Era deserto, e cielo.
L’Uomo di Pane Secco girava in tondo per l’ennesima ora di un giorno infinito.
Niente più aeroplani, né principi, né cappelli/boa. Solo giallo e azzurro, oppure azzurro e giallo, dipendeva solo dall’inclinazione. Peraltro irrilevante.
Poi prese a piovere.
L’Uomo di Pane Secco si gonfiò d’acqua e cadde, molliccio, sulla carne di terra che aveva sotto i suoi piedi sempre più informi.
Con la bocca già chiusa per sempre (confusa, non si capisce bene, fra le pieghe del collo, o della pancia) si spiaccicò al suolo, producendo un rumore flaccido.

27 ottobre 2008

Numero Zero

Bip.

Aprì gli occhi su un soffitto bianco che non seppe riconoscere per tale. Non capiva, non riusciva a mettere a fuoco il bianco.

Bip.

Che è stato? Tentò di muovere la testa, e il dolore lo assalì, facendogli chiudere forte gli occhi.

Bip.
Bip.

Calma, calma. Riaprì gli occhi. Soffitto bianco. Non capiva dove fosse, non ricordava nemmeno da quanto fosse lì, cosa avesse fatto prima. Tentò di guardarsi attorno, ruotando gli occhi dolenti, ma, incapace di focalizzarlo, non riusciva a vedere altro che un bianco indistinto. Poteva distare un metro o due, non c’era una minima, percepibile differenza.

Bip.

Si concentrò sul resto del corpo. Gli sembrava di essere avvolto in una pesante coperta, ma realizzò che si trattava solo di una sua impressione. Azzardò un movimento delle dita, cominciò a percepire un lenzuolo sotto di lui… sì, lo sentiva anche sotto i talloni, le natiche, le spalle.

Bip.

Riprovò con la testa. Gli faceva molto male il collo, ma meno di prima. Si fermò dopo qualche grado di rotazione. Pensò che se non aveva costrizioni allora doveva poter essere libero di muoversi, e che forse doveva essere in quello stato da molto tempo. Si scoprì debole, ma ancora non capì per quale motivo.

Bip.

Percepì finalmente il sensore sull’indice della mano sinistra. A fatica provò ad alzare il braccio; gli doleva molto il fianco, la spalla, il gomito, il polso, ogni singola nocca e falange.

Bip. Il sensore era connesso ad un dispositivo posto ai piedi del suo letto. Si trattava di un affare grigio, dalle forme affusolate. Il luogo in cui si trovava era una stanza deserta, bianca, senza finestre. La luce artificiale veniva diffusa da più punti disposti ordinatamente appena al di sotto del soffitto, che, per quanto basso, non gli suggeriva un’idea di claustrofobica costrizione.

Bip.

C’era un interruttore vicino al suo braccio sinistro; decise di premerlo, e attese.

(continua)

25 ottobre 2008

If

di Rudyard Kipling



If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two imposters just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And—which is more—you’ll be a Man, my son!

24 ottobre 2008

Essere stoico

Sono l’igloo
nella bufera;
un giorno
cesserà, ed io
mi scioglierò,
trasformandomi
nell’Inuit benedetto
che andrà
a caccia di
foche.

Interessante consonanza.

27 agosto 2008

Gilosk

Metti una fila di ombrelloni su una striscia di sabbia, ed otterrai i lineamenti dello sfondo su cui si svolge questa storia, la storia d’un prodigio estivo. Metti anche tutti i possibili stereotipi che ti possono venire in mente pensando alle parole “estate” e “spiaggia”, perché è lì che tutto si svolge. Non importa il colore del mare, o il taglio degli occhi della gente. Non importa la lingua che parlano tutti, non importa nemmeno di che colore sono i secchielli, le palette, i ghiaccioli, le sdraio e gli asciugamani. Potrebbero esserci tre ragazzi e una palla, su quel bagnasciuga; potrebbero esserci invece due vecchie sedute sugli scogli, le gambe e le caviglie a penzoloni nella spuma salina del mare. Scegli tu, inventa. In fondo, ogni storia è un pezzetto di fantasia.
E mentre tu ti concentri sui dettagli, lascia che ti presenti Marco e Lucrezia. Marco è quel ragazzo laggiù. Lo vedi? Non è molto abbronzato. Voleva andare in montagna, pensa! Lucrezia non è nemmeno la sua ragazza. Sta nel lotto successivo, in verità, ma il lotto successivo non è nemmeno poi così distante. Adesso ci starebbe bene qualche immagine di gabbiano, no? Per prenderla un po’ larga. Bisogna respirarla ogni tanto, una storia.

“Un …che?!”

Ecco, questo è Marco. L’intonazione della voce è quella che potreste immaginare dai tre puntini di sospensione; l’avrete certamente già sentita in dozzine di film. Sta sull’incredulo, più che sul sorpreso. È l’interro-esclamazione che Marco ha rivolto a Luca, detto il Borro (ma questo è un particolare irrilevante, naturalmente), sentendosi raccontare di qualcuno al quale qualcun’altro “si è avvicinato e gli ha gettato in faccia un gilosk”.

Sì, anche voi immagino vi starete chiedendo che cosa sia. E soprattutto chi sia il Borro, e di chi stesse parlando. Perdonatemi, avrei dovuto cominciare a raccontarvi questa storia con più ordine, partendo da un punto più remoto; il fatto è che siete capitati in questo continuum troppo tardi. Ora mi tocca ricorrere ad una digressione ed ad un’analessi.

Un gilosk è un manufatto appartenente al retaggio culturale di certe tribù nomadi che migravano fra il Medio Oriente e i Balcani circa tremila anni fa. Non ci sono giunte, al riguardo, molte notizie, e, a tutt’oggi, gli storici hanno proposto le più svariate ipotesi circa le origini e la presunta scomparsa di questo misterioso popolo. Le Genti del Giglio (così è conosciuta questa etnia oggigiorno) pare venerassero, fra gli altri dei minori, un dio chiamato Zil-Jak. Il culto di Zil-Jak si manifestava in riti propiziatori quali balli e canti dalle strutture complesse, con l’auspicio di ottenere buona sorte nei loro spostamenti. La mitologia e l’insieme della memoria sui riti veniva mantenuta intatta grazie ad una forte tradizione orale; i sacerdoti, o stregoni, erano soliti praticare la poligamia al fine di garantirsi una discendenza numerosa, e quindi una più alta possibilità di diffondere la propria scienza. Giunti ad un’età in cui venivano considerati autosufficienti, i discendenti del clero erano soliti abbandonare i propri genitori per fondare un nuovo piccolo insediamento; al momento della loro partenza veniva celebrata una breve funzione religiosa al fine di garantire la benedizione di Zil-Jak al giovane. In tale funzione, il giovane riceveva un gilosk come segno tangibile della vicinanza del grande Zil-Jak.

Un esemplare di questi manufatti trovò la sua strada attraverso i secoli e le mani di gente di molte diverse culture per arrivare nella vicenda che abbiamo lasciato in sospeso qualche paragrafo fa. Il Borro stava appunto raccontando a Marco della curiosa vicenda di un suo antenato divenuto cieco a causa di un’infezione quando era bambino, e di come riacquistò la vista in seguito all’incontro con un gitano. “Mio nonno da bambino mi raccontava sempre la storia del suo prozio Tunì, che riaprì gli occhi a vent’anni, come diceva lui. Accadde in una notte d’estate di chissà quanti anni fa, ad una di quelle fiera di zingari. Zio Tunì era preso male perché sapeva che i suoi amici potevano stare con delle ragazze, mentre lui non aveva nessuno. E niente, insomma una specie di santone gli si è avvicinato e gli ha gettato in faccia un gilosk”.
“Un …che?!”
“Un gilosk! Mi ha sempre detto così, non so che sia di preciso. Dev’essere una specie di amuleto – il nonno mi diceva di averlo visto una volta da piccolo, è una specie di sasso con su inciso quacosa”.
“Va bene. E poi? Tunì aprì gli occhi?”

Sì, lo Zio Tunì riaprì gli occhi, ma non vide mai lo zingaro che gli ridiede la vista. Si guardò intorno, meravigliandosi di poter rivedere la notte, le stelle, il fuoco del falò, e le proprie mani. Per terra, poco lontano da lui, giaceva inerte quello strano sasso levigato ed intagliato. Vi si avvicinò, si abbassò e quando allungò la mano per prenderlo, vide un’altra mano, più bella della sua, tendersi per afferrare la stessa cosa. Alzò lo sguardo, e fu contento nel constatare che una delle prime cose che vedeva ora che aveva riaperto gli occhi sul mondo era un volto che poteva benissimo essere quello di un angelo.

“Crèz…! Oh, CRÈZ!”
Lucrezia si guardò intorno un secondo, prima di riuscire a scorgere Francesca, che la stava appunto chiamando.
“Vieni a fare il bagno?”
Era troppo stanca per alzarsi, stava tirando dritto da ieri, e trovava già abbastanza incredibile trovarsi nel casino della spiaggia. Alzò la mano agitandola come per dire “vai, vai”, si girò e riprese a sonnecchiare. Quando riaprì gli occhi, qualche minuto dopo, era perché aveva la sensazione che qualcuno la stesse avvicinando: e infatti era la sua amica che le si gettava addosso ancora tutta fradicia. “Scema!”, gridò, cercando di mollarle una sberla, ma essendo stata colta di sorpresa non ottenne altro che di perdere l’equilibrio e di cadere sulla sabbia.
“Ahi! Scotta!”
Afferrò la mano del Borro, che l’aiutava ad alzarsi. “Ciao! Prendi sempre il sole così?”
“Grazie… no, è quella scema della mia amica”.
Francesca si avvicinò “…con un volo così, la scema sono io, chiaro…”
“Lei è Francesca.”
“Piacere, Luca. Questo qui è Marco. Come ti chiami?”
“Crèz!” intervenne Francesca.
“…Lucrezia”, chiarì lei, squadrandola.
“Beh…”, fece Luca, “vi va se prendiamo qualcosa al bar?”
Non ci fu possibilità di opporsi, Francesca aveva già preso sotto braccio il Borro, e se lo stava già praticamente trascinando al bancone. Ma perché doveva sempre far così?
Trovò invece molto simpatici sia Luca che Marco, per quanto quest’ultimo fosse un po’ più chiuso del primo. Presto Francesca e Luca cominciarono a dare l’impressione di conoscersi da una vita, e lui la invitò a giocare a biliardino.
“Vedete di non fare cose troppo strane, voi due!” disse lei, andandosene.
“Scema!”
Marco non riusciva a guardarla negli occhi, era un po’ bloccato, non si aspettava di rimanere solo con lei, una ragazza che non conosceva affatto. Non sapeva bene che cosa fare, non era tanto sicuro che in effetti dovessero stare seduti allo stesso tavolino. La situazione stava diventando un po’ imbarazzante. Decise di rompere un po’ il ghiaccio.
“Lucrezia… Certo che Lucrezia non è un nome molto comune…!”
“Non deve mica piacere a te”.
“No, no, infatti…”
Marco tornò a guardare la televisione. Pensava che forse era meglio se se ne fosse stato zitto.
“Scusa, è che sono un po’ stanca”. Rialzò lo sguardo, sorrise. “No, figurati…”
“Lucrezia era la nonna di mia mamma. Lei la adorava, sai? Dice che aveva dei poteri magici”.
“Davvero?”
Lei sorrise. “Beh, non so se sia vero… ma mia mamma ci ha sempre creduto, e così ha convinto mio padre a darmi il suo nome”.
“Curioso…”
“Che cosa?”
“Oggi è la seconda volta che sento parlare di magie, di miracoli…”
Risero. Marco pensò che il ghiaccio si fosse ormai rotto.
“Guarda”, esordì lei, “vedi questo?”
Lucrezia sollevò il ciondolo che portava al collo. “Era della mia bisnonna, gliel’ha regalato un ragazzo che aveva conosciuto quando era giovane. Questa pietra è una specie di amuleto, insomma, un portafortuna! Per mia mamma è grazie a questo che sono successe molte cose buone nella mia famiglia, nel corso degli anni”.
“Ah, io non ci credo in queste cose…”, fece Marco.
“Nemmeno io, però sarebbe bello se fosse vero. Magari questo coso mi farà incontrare la persona giusta!”
“Eh, eh! Magari”.

Lucrezia stava guardando gli occhi di questo bellissimo ragazzo. Erano come gli occhi di un bambino meravigliato, e fu sconvolta dalla semplicità che riuscivano a trasmettere. Tunì, d’altro canto, non aveva mai visto ragazza più bella in vita sua.
“Allora… questa pietra? L’ho vista prima io!”
Tunì ebbe l’impulso di abbracciarla, e lo fece. Pianse.
“Ero cieco! Ero cieco!”
Sciolse l’abbraccio, e la guardò.
“Qualcuno me l’ha lanciata sugli occhi ed ora ci vedo di nuovo… è un miracolo!”
“Forse ha voluto farci incontrare”.
Si guardarono, sorrisero. Le loro mani ancora strette sulla stessa pietra. Tunì chiuse la sua altra mano sulle loro, e lei lasciò la presa. Lui prese a cercare dei legnetti, e fabbricò una corda con la quale fece della pietra un ciondolo, che poi le legò al collo. Da così vicino poteva quasi contare i suoi capelli uno ad uno, osservare quanto la sua pelle fosse liscia, perdersi nelle pieghe del suo piccolo orecchio, ammirare con quanta perfezione la linea del mento finiva per delineare la sua mandibola. Erano così vicini da non capire se fosse il tepore dei loro corpi più caldo della fiamma del falò, erano così vicini da percepire il ritmo dei loro respiri.
Non si accorsero nemmeno dei primi fiocchi. Tunì e Lucrezia furono una sola pelle, quella notte d’agosto, mentre tutt’attorno cominciava a cadere la neve. Una neve candida e lenta, confusa nel baluginare della cenere del grande falò della festa, le cui braci languivano consumate all’alba di un legame fatto per durare in eterno, comunque, al di là delle decisioni del destino, oltre le barriere della vita e della morte.

Tunì e Lucrezia.
Lucrezia e Marco.

Eccoli seduti al tavolo di un bar, metti il solito bar della vacanza, nella più stereotipata delle spiagge. Metti gli ombrelloni e le sdraio, il cielo azzurro e i gruppi di ragazzi. Metti anche gli ambulanti, i coccobbello, i bibitari. E metti qualcosa di straordinario in tutto questo. Come quest’attimo in cui Lucrezia si gira un secondo per guardare fuori, lo sguardo gettato distrattamente sulla solita selva di vacanzieri al mare, per finire di vedere il primo fiocco di una nevicata cadere inspiegabilmente nel giorno più incredibile della sua vita.

21 agosto 2008

Incendio

Nessuno. Beh, no, nessuno no, dai. C’era sempre lei, appoggiata a quella macchina, la sigaretta accesa. Cravatta slegata, ti avvicini sorridendo ad un sorriso distratto. Gente concitata ovunque, i segni dell’incendio divampato improvvisamente in uno sgabuzzino si vedono ancora. Non conoscersi ad una festa, ed incontrarsi fra gli sfollati. Interessante.
Ti sei avvicinato. Non hai un Martini, e nemmeno lei. E ci scherzi su, che altro vuoi voler fare?
Poi avete voluto aver superato il cordone di sicurezza, da dentro per fuori; “le macchine le recupereremo dopo”, dici. E vi spingete con i vostri stupendi abiti nel centro della cittadina sul mare. Non capisci come mai tutto sembri essere stato spostato in Spagna, da un momento con un altro. E non sai che ore sono. Il tempo è stato preso per essere scosso violentemente, così da fargli assumere altri aspetti, sapori, caratteristiche.

“Peter”
“Fiona”

No, meglio.

“Ron”
“Lizzie”

Insomma, è lei che inizia a parlare, per prima. Tu l’ascolti, e la guardi pure. Dentro gli occhi, e fra la bocca ed il naso. Quando tocca a te continuano a passare macchine, urti gente, c’è chiasso. Lei non capisce mai, ma ride, e ride, e ride.
Le case sono contornate a china, a ridosso della piazza. Saltimbanchi e mangiatori di fuoco, lo spettacolo risuona di monete, tamburi, sopracciglia alzate e sguardi fissi di bambini, di numero in numero, fino alla danza delle sciabole.
Vi erano due duellanti, un uomo e una donna, ma il numero era a tre con la luna. Le figure muovevano scie di riflessi filanti, freddi d’argento e caldi di forgiatura, in una danza di incanti, tracciata nell’aria e nella gente.
Ed ora sapete esattamente che ora è, che tempo è; e tornate fra gli invitati della festa rovinata, fra le macchine, le cancellate e le fontane, senza badare ai vostri rispettivi nomi. È stato bello così.

9 agosto 2008

Nei giorni del santo in pezzi

Non mi faccio la barba da un paio di settimane, credo. Fa schifo, la mia non è una bella barba; giusto qualche spelacchio qua e là. I miei capelli ricrescono. Sono ancora abbastanza corti da promettere di essere meno ricci. È ancora troppo presto, comunque.

Ci siamo visti in una serata con una falce di luna in eclissi.

Pausa estiva dal lavoro.

Sento qualche ragazza, ogni tanto. Lancio bidoni, chiacchiero. Chi va, chi viene.

Ho riordinato ancora un po’ il garage, accatastando del legname nella zona doccia; ne ho rimosso lo scambiatore, così non si rischia di aprire il rubinetto inavvertitamente e di fare un macello ogni volta. Ho riaggiustato la serratura, il cilindretto continua a saltare mezzo giro di chiave: secondo me è mia madre che sforza. Le ho spiegato bene come si fa.

C’è stato un sacco di vento, qualche lampo notturno, un po’ di tempesta.

Messaggini, telefonate varie, conversazioni su MSN.

Richieste di amicizia fatte, ricevute, accettate, rifiutate.

Ho chiesto ad amici che partono di mandarmi cartoline dal mare, dalla montagna, da ovunque.

La libreria in camera di mia madre ha ceduto, sparpagliando libri, CD, soprammobili, polvere; una statuina di San Giuseppe è andata in pezzi.

31 luglio 2008

I Campi di Grantchester

di Roger George Waters



Vento gelido della notte vattene
questo posto non ti spetta;
nel cielo si udiva gridare un uccello
sussurri di un mattino nebbioso
e delicati suoni di tramestio
mascheravano il silenzio mortale che si stendeva attorno.

Ascolta l’allodola e bada
all’abbaiare della volpe
rintanatasi nel suolo,
guarda gli spruzzi
del martin pescatore risplendere nell’acqua
ed un fiume di verde scivola non visto sotto gli alberi
ridendo mentre passa attraverso l’estate senza fine
in viaggio verso il mare.

Nella pigra distesa acquatica io mi stendo;
tutt’attorno a me dorate scaglie di sole
coprono la terra
cuocendo nella luce
di un pomeriggio già trascorso
portando suoni di ieri
in questa stanza di città.

Ascolta l’allodola e bada
all’abbaiare della volpe
rintanatasi nel suolo,
guarda gli spruzzi
del martin pescatore risplendere nell’acqua
ed un fiume di verde scivola non visto sotto gli alberi
ridendo mentre passa attraverso l’estate senza fine
in viaggio verso il mare.

Nella pigra distesa acquatica io mi stendo;
tutt’attorno a me dorate scaglie di sole
coprono la terra
cuocendo nella luce
di un pomeriggio già trascorso
portando suoni di ieri
in questa stanza di città.

Ascolta l’allodola e bada
all’abbaiare della volpe
rintanatasi nel suolo,
guarda gli spruzzi
del martin pescatore risplendere nell’acqua
ed un fiume di verde scivola non visto sotto gli alberi
ridendo mentre passa attraverso l’estate senza fine
in viaggio verso il mare.

16 luglio 2008

Un tranquillo week-end di paura: sabato

Play.


Appuntamento nel parcheggio di un certo locale a mezzanotte! E così non è più sabato, in pratica, e comincia quello che poi potrebbe essere ricordato come “un tranquillo week-end di paura”; non ha importanza adesso, comunque.

Zaino e chitarra. Poco prima mi muovevo portando a tracolla l’uno e a mano l’altra lungo una notturna Via De Gasperi, in Carpen City. L’ex “Bar Gas” che ha riaperto i battenti per l’ennesima volta è la cornice della mia camminata spettacolare fra passanti, bambini curiosi (“cos’è?”) e fari di macchine. In qualche minuto giungo al “Jazz”, stasera nella sua ultima sera… almeno fino a settembre. Sono solo, è prestissimo. Di lì a poco arriveranno gli altri, e poi finalmente la rivedrò.
La rivedremo tutti, voglio dire.

Scorrimento veloce.

Siamo nel parcheggio di un certo locale. L’ora in realtà è un po’ oltre la pattuita mezzanotte, e ancora deve arrivare gente: si fa ghetto.

Scorrimento veloce.

E quante macchine, qui sul lago! Io e il mio amico ci divertiamo a scambiare le lettere delle scritte che vediamo qui e là. Le insegne si trasformano, i cartelli diventano ridicoli, e suonano come “aterpo giutti i torni”, o “una cazzina di taffè”.
Facciamo un po’ di mish-mash, perché al posto dove volevamo andare… beh, non ci si può più andare.

Scorrimento veloce.

Dio, che vento. Ho freddo, davvero. Ma è come se fossi acceso dentro, e questo contrasto mi piace tantissimo. I palmi delle mie mani sono caldi, eppure ho la pelle d’oca! Il lago mi sembra un mare increspato, è un po’ che non lo vedevo. Mi ci tufferei. Sistemiamo i viveri, gli asciugamani. Non conosco tutti, ma non importa. Si fa serata, ci si fa compagnia lo stesso. La chitarra suona praticamente da sola, non passa un minuto senza che si rida, senza che si canti, senza che si parli. Mi lancio (no, ma dai!) nell’imitazione del bluesman, mi sento l’istrionico protagonista di “One For The Road”. Alterno la festa alla solitudine contemplativa. Mi estraneo, anche e soprattutto da lei.
Non mi accorgo subito, del resto, che lei non è più sola. E che non è con me.

Lei e lui, lui e lei.

Mi scopro ad osservarli, ma bevo e canto, o guardo il buio.
Va tutto bene; in fondo sono illuminato dalla candela, in fondo sono riscaldato da questo sacco a pelo, in fondo sono abbracciato da questa notte, da questo vento, da questi suoni.
Immergo i piedi nell’acqua, sulla sabbia, sui sassolini. Chiudo gli occhi verso est, ascolto la risacca.

Sto.

Scorrimento veloce.

Sta per albeggiare. Chi diavolo ha messo su i Beach Boys? Mai una volta che mi capiti di sentire due volte la stessa canzone, di festa in festa. Ma li senti subito che sono loro, e chissà perché è più o meno sempre il momento adatto. Sta per albeggiare.

Scorrimento veloce.

Il cielo è grigio con una ferita rossa, là dove dovrebbe esserci il sole. Ci sono scogli, c’è l’acqua. Il vento non aiuta a muovere con fermezza i piedi in un Cammino che sia retto. C’è una potentissima simbologia in tutto questo, ci sono dei segnali, delle metafore. Non le colgo adesso, mi limito a guardare il cielo, ad andare nella direzione di chi mi chiama. Si deve tornare.

Stop.

Un tranquillo week-end di paura: domenica bestiale (seconda)

Non le senti poi così tanto circa trenta ore di veglia (quasi) ininterrotta, quando sei nella stanza d’ospedale di un tuo amico che sta anche peggio di te.

Sono le tre del pomeriggio dopo la tragedia evitata quella stessa mattina; e non riesco ancora a rendermene conto.

Lui se ne sta lì a guardarmi debole, malamente avvolto in una casacchina impermeabile di plastica verde semi-trasparente, ed è ancora sporco dall’incidente; ma il lettino su cui è steso seminudo è certamente lavato con Napisan (“è un presidio medico-chirurgico”).

Arrivare alla sua stanza è stato un inferno di scale e di stralci di sofferenza e solitudine. Ricordo l’occhio fisso di una ragazza sdraiata sotto il lenzuolo guardarmi passare oltre, nel corridoio; o frammenti di gesti resi lenti dall’età di qualche anziano paziente solo, sdraiato o seduto sul letto d’una stanza vuota. Un signore triste affacciato alla finestra aperta guarda questa giornata dal sapore metallico, una giornata in grado di mischiare sole e pioggia, l’ordinario e lo straordinario.

L’aspetto più incredibile dell’ospedale è il tempo: scandito e regolare trattandosi di orari per le visite, le ronde degli infermieri, degli inservienti, le visite dei medici; fermo, incerto e appena tracciato in un indistinto bianco-probabile quando sei il paziente, e aspetti. Aspetti di sapere qualcosa, e galleggi nel chiacchiericcio degli altri. I tuoi sensi ottusi dal dolore, dalla noia, non ti fanno render conto della durata di un giorno. Accogli gli eventi in maniera slegata e sequenziale, come se la pausa fra uno e l’altro non conti assolutamente nulla; come in verità è. Eppure fuori di lì cerchi di incastrare qualunque cosa nei ritagli del solo tempo che ti rimane per te, quando non stai parlando con gli altri, quando non stai lavorando, o studiando, o dormendo. O guidando.

Lasciamo il nostro amico ai suoi parenti, ad altri amici. Rivediamo visi, commentiamo, andiamo a vedere l’altro amico, quello con il piede rotto, che ora si trova in un altro ospedale. Siamo i tre che sanno, siamo i preferiti, gli scampati, i responsabili, quelli del “ma se invece di…”, quelli fra loro due e tutti gli altri. Siamo gli ingranaggi di trasmissione, e giriamo a velocità diverse per assecondare e mettere in comunicazione due mondi distinti, uno dei quali più lento.

Ci dividiamo, e rimaniamo in due. Di noi tre, uno torna alla vita normale, vera. Consueta. Con la ragazza, e lo spaziotempo là fuori, e le cose da fare che vi appartengono. Noi due si resta in stand-by, on the road. Chilometri per fare litri di benzina, e procedere da non-luogo, ad ennesimo non-luogo: un fast-food. Io sono sempre più stravolto. Mi ingozzo, rido e faccio battute. Chiacchiero.
Dopo un po’ siamo pronti, da fuori il tempo è giunto per richiamarci a partire, a tornare. Non percorriamo mai veramente delle strade, da un certo punto in poi: siamo vincolati dal ritorno, siamo legati a dei posti, a delle relazioni meno “di carne”, e più “d’obbligo”.

L’aria di casa ci accoglie, nella nostra birreria preferita. Torniamo da nessun-posto, e raccontiamo a tutti quello che abbiamo visto. Le conversazioni si legano, si ramificano. Le nostre esperienze diventano resoconti, il vissuto condiviso è memoria condivisa, e nel passaggio si modifica, filtrata dalle vicende di chi ascolta.

Passa altro tempo, giunge quello del sonno.

Saluto tutti, e me ne vo’.

Un tranquillo week end di paura: domenica bestiale (prima)

Sapete, mi dicono che l’ho scampata bella.

Fu la mattina di domenica scorsa, di rientro da una notte brava trascorsa nel vento del lungolago desenzanese.
Stava giusto per finire una maratona di veglia in corso da qualcosa di più di ventiquattr’ore, quando scesi da quella macchina lunga e nera. Salutai battendo vivacemente le nocche sul vetro della portiera, e me ne allontanai ciondolando, trascinando i miei passi nella zona pedonale, quindi su, e su, fin dentro la mia camera, zaino in spalla e chitarra.

Dormii un poco, giusto un paio d’ore, e non ne potevo già più.
Con un filmaccio in televisione presi ad assemblare un origami modulare.

Mi telefonarono per dirmi che gli stessi amici che avevo da poco salutato, ora si trovavano in ospedale.

“È uno scherzo, vero?”

No, erano davvero in ospedale. Quella stessa Mercedes nera che mi aveva portato fino a casa ora era ridotta ad un cumulo di rottami e lamiere deformi, vetri rotti e tubi, trasmissioni, fodere, bottiglie, carte, terra, sporco, benzina sparsa, olii, acqua, cenere. E, grazie a Dio, nessuna vita spezzata.

Giusto spavento, rabbia, delusioni.
Al guidatore, niente patente per un anno, all’altro un piede rotto. Per entrambi, tagli e botte.

Tutti quanti noi siamo stati rimproverati.

Perché, ci chiesero, stare fuori fino al giorno dopo?
Perché, stanchi e travolti, rimettersi al volante, rischiare la vita per la strada, per l’orario, per la (ir)responsabilità?

Cosa sarebbe stato peggio, in fondo? La preoccupazione, o il ritorno incolume?

Oh, ma quella notte…

11 luglio 2008

Pensieri di prima mattina

Continuano i giorni bui, amici miei vicini e lontani. Continuano i giorni della disaffezione, continuano i giorni che non passano più. Sono parcheggiato al sole e aspetto.

2 giugno 2008

Arrivederci!

Ma non potevamo fare a meno di incontrarci alla stazione delle nostre vite?

Mettiamo che ci fossimo conosciuti ad un incrocio: avrei scelto la tua strada! E invece siamo fermi nello stesso posto; ma non “stiamo”: transitiamo. Dallo stesso punto, questo è il problema; due destinazioni e due tempi di arrivo diversi. E tu partita da chissà quando.

Però un po’ mi hai sorriso, e un po’ mi hai sbirciato. E anche se non ce lo siamo mai detti, seduti a due scompartimenti di distanza, incrociandoci fra le file dei seggiolini occupati da uomini e donne normali, giusti, sbagliate, indelebili, ci siamo bisbigliati un appuntamento, senza afferrare di preciso se, come, dove, quando. Ci basterebbe svegliarci una mattina qualsiasi, prendere il telefono, uscire, recarci in un qualunque direzione; ascoltandoci seguiremmo le indicazioni verso l’un l’altra. E non ci sarebbe niente da chiedersi, niente da trovare, cercare, capire.
Saremmo, staremmo; ma per ora: arrivederci.

E grazie.

30 maggio 2008

Desiderato “se”…

Sono andati via tutti quanti, hanno lasciato qui le luci accese e le orecchie ronzanti, la stanchezza, gli appunti mentali per l’indomani.

Libero il tavolo da quelle ultime due o tre cose, levo le briciole, le coppette, le forchettine; gli stuzzicadenti infilzati nelle molliche di pane, sparsi qui e là su un campo come di battaglia minato da macchie di vino e sughi.

Mi volto verso il citofono, ma non suona.
Eppure dovresti essere quasi qui, mi hai fatto uno squillo prima, segno che stavi partendo.
Mi volto ancora: niente.

Spengo le luci in cucina. Cammino lento, mi sdraio comodo sul letto, e poi accendo la lampada. Non credo che staremo qui, poi, quando arriverai. Guardo come ho sistemato i libri, penso come sarà la stanza quando ne ridipingerò le pareti…

Il cellulare sta suonando. Lo raggiungo, ha smesso: uno squillo. Tu. E come in una festosa sequenza, il citofono! Uno zompo e son lì a dire “chi è?”, ma è inutile: ti ho già aperto la porta. Un giro di chiave, socchiudo, esco con la mano per accenderti la luce delle scale. Sto in piedi, tenendo la maniglia; apro davvero quando sento i tuoi passi. Sorrido al tuo sorriso, mi scosto per farti entrare, e quasi sussurro un “ciao!”.

Abbiamo lasciato qualcosa per te, “che bevi?”.

E poi siamo sul divano, illuminati dal solo schermo. Gusti la pizza fredda e la fetta di torta come se fossero ambrosia; quel che sorride di più, in te, sono gli occhi. E restiamo, così, istupiditi e fermi dalle circostanze, chiedendoci che ci facciamo lì, quando finirà la bravata, come potremmo fare a scioglierci.
E sapremmo che basterebbe un solo sguardo, e l’avvicinarsi delle mani…

28 maggio 2008

Stiamo lavorando per voi

Uno dei prossimi fine settimana dovrò mettermi di buona lena e finire di sistemare due o tre cosucce in casa mia… anzitutto DIPINGERE DI ROSSO (!!!) il mio studio, e dare una rinfrescatina anche al giallo della mia stanza. La voglio più gialla, adesso è un po’ sbiadita (prima era azzurra/verde, un colore orribile). Dovrò nuovamente armarmi di trapano per ridisporre le mensole, e di stucco per coprire i futuri vecchi buchi. In seguito dovrei reinstallare un po’ di prese della corrente, perché sono ancora quelle vecchie da 10A, far correre un filo attorno ad una porta, ridisporre anche i ripiani degli scaffali in garage, rimettere in sesto la mia vecchia bicicletta, riparare una serratura, riappendere un po’ di quadri.
Quanto vorrei avere dei fratelli, in situazioni come questa! ^_^

27 maggio 2008

Sentendone il bisogno

Chi sei?

Tu, dietro ad un bancone, o con un vestito a fiori dentro una coincidenza magnifica; tu, anche quando non ci sei: che cos’hai, in te?

Sei d’ottone, e risuoni un richiamo caldo, rotondo. E mi si spande il cuore, lo sai? Lo credevo stretto in strutture d’ossa e rimpianti; guardalo ora, invece! Guardalo, sentilo sorridere – per te.

E ti penso spesso, anche. Mi scopro immaginarti, mi immagino parlarti, accompagnarti dentro incanti, dentro giorni di sciarpe e macchine sotto la pioggia, giorni di mani e tensioni, di pulizie e preparativi, faccende, tavoli e abbracci. Specchi, porte. Secchi, lenzuola, dischi, inceppamenti, traffico e soldi.

Mi sdraierei e ti ascolterei parlare, e ti darei anche le mie parole, e i guizzi dietro ai miei occhi. Ti darei il mio futuro, il mio corpo, le mie mani, la mia faccia, le mie fatiche, i miei problemi, la mia forza, le mie paure. Mi confonderei con te dentro un abbraccio, dentro un pronome, un avverbio, un suono che non sia una nomea che delinea il confine fra tu e io. Litigheremmo per un piatto sporco, sorrideremmo dopo aver fatto l’amore, inizieremmo tutta una nuova generazione di persone spettacolari e deludenti.

Ci separeremmo, e ci rivedremmo poi.

18 maggio 2008

Postilla (NetLog)

Sto tenendo anche un blog su NetLog.
L’avevo aperto qualche tempo fa, l’ho sempre trascurato.
Non credo che vi posterò sopra molto, in effetti, anche se pensavo di farlo; in realtà lo tengo per “contatti” e per pubblicare le mie fotografie. Sì, credo che farò proprio così.

Segnatevi l’indirizzo:

http://it.netlog.com/Tamermatico

Tempus fugit

Ehi! Ma dove se ne va a finire tutto il tempo?
Sarà che su ventiquattr’ore di una giornata ne passo più di sedici fra sonno e lavoro, mentre le restanti vengono assorbite fra tutte quelle azioni da un minuto almeno, che però se le metti assieme …ti portano al domani. Le ore scorrono, scivolano via. I minuti, ah, i minuti sono micidiali. Se te ne servono cinque, a tre sei già in fibrillazione perché stanno finendo. Conta, conta fino a 300. Cinque minuti. La verità è che non è il tempo ad essere troppo poco: sono le cose da fare ad aver bisogno di un ridimensionamento. Da qui, la scelta. Vivere una vita più lenta non significa fare le cose con calma, senza fibra, flemmaticamente. Significa soppesare le proprie possibilità, ammettere anche di “non potercela fare”. E regalarsi così il tempo di “fare meglio”, anziché “fare di più”.

27 aprile 2008

Post senza capo, né coda, ma con un certo spirito

“Ma che hai?!”
No, niente, niente… figurati! Non sono né triste, né felice. Mi sento strano, e non sono preoccupato di come mi sento. Assolutamente.

Ieri sera è stata una di quelle serate che sarebbe potuto succedere di tutto, se vivessi in un film.
Che poi io sono convinto di vivere in un film. Certe volte mi succedono cose totali; totalizzanti, come dico io. Vabbè.

Comunque alla fine sono tornato a dormire, come sempre ho chiuso gli occhi, steso sul letto, la testa NEL cuscino. Come dire: la parentesi la devi chiudere. Per questa impossibile continuità, per questo incessante, scandito, obbligo a ritornare, per questo procedere di giorno in giorno, e le notti in mezzo, il tempo sembra correre troppo velocemente, sperso in frammenti troppo brevi. L’azione si interrompe, restano le intenzioni, i pensieri, i sogni, le sensazioni, i desideri, le parole zittite.

E questo è un blog; già, e io stavo cercando di ricordare il mio ieri; scusate se mi perdo nelle riflessioni, di tanto in tanto.

Ho assistito alla presentazione di un libro. È la prima volta che assistevo alla presentazione di un libro, credo. Devo averlo fatto forse a scuola, ma non conta. Lì non vuoi veramente andarci, e poi non è mai niente di personale. Poi devi relazionare, riportare, essere giudicato.

Comunque.

Ero là che ascoltavo (un po’ svaccato su certi cuscini – disposti cromaticamente con un preciso ordine di beige, marrone, rosso e arancio) i tentativi di intervista a questo giovane scrittore, con il quale ho sentito, fin da subito, una forte vicinanza, un senso di condivisione d’idee.
Ho comprato il libro, figuratevi. Stamattina non ho potuto che leggerne poche pagine, e finora quello che ho letto mi è piaciuto molto. Se non fosse che tra poco dovrò aprire una parentesi (che spero di chiudere subito) lo leggerei …tutto d’un fiato. Capacissimo di farlo, eh.

E niente, poi che fu? Dopo la presentazione del libro, e poche chiacchiere con lo scrittore, ho potuto, in loco, avere certi scambi di pensiero con un poeta ex chitarrista, e con un NOTEVOLE batterista. Tre incontri, capite? Tre incontri che mi hanno lasciato un segno, molto forte, nei ricordi e nella sensazioni, perché senza fare domande ho ricevuto gratuitamente delle risposte. Delle risposte che cercavo da un po’, e sebbene non fossero le uniche, diciamo che mi riguardano per adesso.

Coincidenze, caso. Reminescenze. Quando poi la gente è arrivata in massa, me ne sono andato.
Sono tornato in Bastiglia – che se non sapete cos’è e cosa rappresenta per me, beh, credo che lo scoprirete leggendomi, in futuro – (s)travolto dagli eventi, dove poco dopo mi è stata posta una scelta, andare o rimanere. Chissà cosa sarebbe successo se fossi andato.

Rimasi, se non altro per l’amico, se non altro per il legno della panca, per la sensazione da fine serata. Per quanto fosse relativamente presto.
Bevvi una birra, si aggiunse un altro amico.
Sapete come va a finire, certe sere che ti sembra che stia per succedere qualunque cosa. Non accade mai nulla, eppure i legami si fanno in un certo senso più forti, non so.
Qualche chiacchiera, le risate.

Buonanotte, ci vediamo domani.

19 aprile 2008

Flussi e riflussi

Stamattina mi sento un po’ un idiota. Oddio, “stamattina”; oramai non manca molto a mezzogiorno. Non riesco a combinare nulla di buono, troppe cose da fare iniziate tutte assieme.

Ieri ho trascorso la serata in balia delle emozioni: stanchezza nell’immediato dopo-lavoro, frustrazione per non essere riuscito a stampare quel reticolato di triangoli per l’origami modulare che ho in mente di mettere assieme; una punta di serenità, più tardi, in casa di Carlo, piena di “famigliarità”, con la piccola Emma che saltella in giro facendo versi, e il caffè sul divano dopo cena, e Carlo che si veste, che si prepara per uscire, e le battute dei suoi, eccetera. E ancora: la voglia di tornare a casa, prepararmi per uscire nuovamente, cercando di incontrarla. Tristezza per la percepita delusione di mamma, che mi ha visto arrivare per andare via subito. Fastidio nel constatare che i miei amici non volevano saperne di star lì, e solo adesso posso capire: che te ne fai di uno che è dall’altra parte d’un vetro?

Peccato ora non poter essere più chiaro: forse in futuro potrò scrivere con più tranquillità delle cose che mi succedono. Per ora semplicemente non posso, non me la sento, forse tutto ciò fa parte del processo di recupero del mio cuore, non so. Del mio cuore, della mia Anima, della mia trasparenza, onestà; che ora ho perso, e che posso solo sentire vibrare nel buio.

Tornando alla serata: delusione, profonda delusione per i miei amici, incapaci di superare i pregiudizi, incapaci di assaporare cose nuove, in questo caso della musica particolare in radio. Fors’è che le loro aspettative si sono sedimentate sotto la loro disillusione? Eppure le idee le hanno, eppure i sogni li hanno, i progetti li sanno fare. Hanno anche imparato che il sasso cade, hanno imparato ciò che si deve dire nel momento adatto, alla persona giusta. Allungano le mani nei vuoti che hanno creato attorno a loro?

Ancora, ancora: fastidio, per la calca di gente al Tango, locale non lontano da dove sto, ma comunque troppo, molto più lontano da dove mi trovavo prima, da dove volevo continuare a stare.

“Se desiderate essere con qualcuno, forse non ci siete già?”

Eppure non ho rifiutato lo strano gioco di sguardi con la sconosciuta all’altro angolo del bancone; eppure fissavo la gente negli occhi, pur evitando i contatti, cercando in ogni caso di confondermi nei colori diversi, nelle frequenze confuse della musica, dei rumori, delle conversazioni. Sollievo, nell’andarmene da lì, dispiacere, nel rendermi conto in una frazione di secondo che i miei amici, in un momento, non sono stati che forzati compagni di viaggio, dentro una serata per lo più deludente, per loro, immagino.

Silenzioso e vincitore muovo i miei passi nel cunicolo semi-buio, nello spiazzo bagnato dalla pioggia ancora cadente, su quel marciapiede troppo alto, dentro un posto che non era mai esistito, e che ora ha tutto un suo significato. E lei è lì, vestita come prima, con i capelli raccolti come prima, con la sua pelle chiara come prima, e fuori ci sono buio, nuvole, notte, pioggia e una luna nascosta, stelle a grappoli rifugiate chissà dove, e io non riesco a percepire nulla di tutto questo. Un solo pensiero, lei, e già ho paura che sia di nuovo una mia ossessione travestita da cuore, che non sia che un capriccio camuffato da vero sentimento, che la delusione mi piomberà addosso, trascinandomi ancora più giù, lontano prima di tutto da lei, e così anche dagli altri. Solo.

Stanco, assetato, prendo una birra, mi siedo. Sono a disagio, lei è presa dai clienti, non posso disturbarla. Ho in tasca un DVD, il regalo “gratuito” che le avevo promesso in un messaggio che non so nemmeno se ha avuto il tempo di leggere. Mi siedo, la guardo per pochi millisecondi ogni tanto, per non attirare troppo la sua attenzione. Non voglio disturbarla. Quando i nostri sguardi si incontrano mi scappa qualche ammiccamento; mi sento un idiota, un idiota fra i tanti che potrebbe avere incontrato prima di me. La disillusione prima di una conoscenza più alta, vera.

Prendo un libro, esco da questo mondo. Sono disperato, poi calmo, poi incuriosito, poi in tensione, poi a disagio, poi confuso, poi spaventato, poi agitato. Finisco il libro, il locale ora è praticamente deserto; oltre a me ci sono due clienti, quel ragazzo che sospetto essere suo fratello (ma non chiedetemi perché), sua madre e lei. Ancora troppe persone. Ripongo il libro, le ultime pagine ho faticato a leggerle, ero distratto dal suo continuo muoversi nelle mie vicinanze e dal mio dissimulare.

“Hai già finito il libro?” Sì, beh, poche pagine. Come mi è sembrato? Beh, bello, mi sono spaventato, funziona. “Sei spaventato?” Non capisco molto bene, fatico a sentire quello che mi dice, oppure, boh, sono sopraffatto dal tilt emotivo. Le chiedo se si riferisse al libro che ho preso in prestito qualche giorno fa; no, parlava proprio di quello che avevo appena terminato. Sì, sì, è spaventoso. Particolare. Cioè, è …folle. Insomma, funziona. Ecco.

Scivolo via, scendo, vado in bagno.

Maledetta luce. Continua a spegnersi. Sono riflesso tre volte nello specchio ad angolo sopra il lavandino. Mi guardo, non capisco come mi possa vedere, percepire. Fade out.

Fade in. Continuo a sentirmi sempre un idiota, traggo respiri profondi, esco dai due locali del bagno, torno su.

Non c’è più nessuno, sono l’ultimo. Mi serve tempo, l’occasione giusta. Chiedo molto cortesemente un caffè, questi sono gentili, me lo fanno. Lei mette a posto volantini, riviste, le do le spalle. Bevo il caffè, ho le mani che tremano! Metto la mano in tasca, ci metto secondi dilatati per arrivare alla cassa. Sono patetico, pago “una birra e un caffè”. Terza volta? No, stavolta pago. Siamo rimasti solo in tre, nel locale. Sono passate le due. Devo dire la mia battuta. Non so se ha letto il messaggio. Non voglio provare a chiedere se l’ha fatto. Cerco di spendere meno parole possibili. Penso di andarmene, mi direziono verso di lei, più che verso la porta. Il “fratello” è diventato una comparsa.

C’è una regola dei 180° fra me e lei, ora. Estraggo il DVD dalla tasca. Lo agito in aria, chissà che faccia ho. Glielo porgo. Lei si trova per le mani questo DVD con su scritto “Disco gratis!” e dei titoli. Lì per lì sembra non capire. Sento di non avere il tempo di spiegarle la faccenda del titolo, mi sento inopportuno. Le spiego che si tratta di un DVD con sopra tre film carini. Qualche ora prima pensavo di fare un discorso più esplicativo, dirle che avevo riflettuto sulla faccenda della capacità di accettare dei regali, che in effetti per me era un concetto dimenticato, più che inedito. Potevo anche dirle che da qualche mese mi ero gettato a capofitto nei film, che ne sto scaricando a dozzine. Che questi tre in particolare rappresentano per me delle nuove linee guida per la vita, riaffermazioni di un me ancora forse in grado di piacere, ancora forse in grado di sentire, ancora autentico e colorato, e non reso grigio dalle delusioni, dalla vita insolente, dalla negazione dei propri istinti. Non la guardo mai, vedo solo questo piccolo dono e le mani, nei miei ricordi non riescono a fissarsi molto le sue espressioni, a parte forse quei suoi occhi nei quali cerco un po’ di comprensione, un appiglio, del respiro. Un volto intero non riesco a sostenerlo, devo rifugiarmi nelle forme astratte di cerchi bianchi, colorati, neri. Bulbi che catturano e conducono, di per loro non hanno una vera personalità.

Saluto tutti, do la buonanotte.
Esco, sono nel piazzale. Pioviggina?

Lei e la serata sono diventati il mio passato, ora ho il cervello vuoto, sono molto ricettivo. Inspiro ed espiro aria e spazio, luci e il cono d’ombra terrestre, che per un attimo mi appare per quello che è: la quotidiana, totale, eclisse solare alla quale nessuno sembra più voler far caso. Dal giallo sto passando al grigio verdastro, bluastro, ci sono nuvole meno nere della notte, c’è qualcosa che illumina, molto. Un bagliore come di lampo congelato, è la luna, ma ancora è un alone di luce, un batuffolo di cotone, d’argento e di platino. Mi godo questo spettacolo di vento, rumori, silenzi, gente che dorme, e frenesia ancora per qualche secondo. Poi sono al volante, la macchina messa in moto, il parcheggio, le case, i lampioni che scivolano via.

Eccola.
La luna.
Piena, chiara. Claire de Lune.
Sono certo che significa qualcosa.

E chissà come, poi, mi viene in mente che Galileo Galilei chiamava “mària” le zone d’ombra della nostra luna.

Mària d’una chiara luna.

14 aprile 2008

Io mi astengo

Lo sciopero della mia vita continua, e ieri non ho voluto partecipare, né lo farò oggi, alla scelta collettiva di un nuovo governo. Non mi interessa. Forse sono rimasto nauseato dalla propaganda. Sentendo la radio, comunque, ho sentito che tanti han fatto come me. E molti di quelli che sono andati, hanno invalidato (consapevolmente oppure no) la propria scheda, il proprio voto.
La democrazia indiretta mi piace sempre meno, trovo la rappresentanza tanto comoda quanto deleteria al nostro senso civico.

14 gennaio 2008

Bussando

A volte mi chiedo se esisti veramente, se dietro quei botta e risposta, quei segni non-neri su sfondo non-bianco, ci sia una persona vera, un’Anima capace di sentire, di sentirmi.

Me lo chiedo soprattutto la mattina, mentre cammino per andare al lavoro.
Sono mesi che la mattina, anziché la bicicletta adopero le mie gambe per trasportarmi fino alla fabbrica. Tutti quanti mi dicono che sono un idiota, che “chi me lo fare”. Ma a me piace. Dieci minuti di alienazione, dieci minuti di strada fra la mia casa e un luogo senza affetti, giusto dieci minuti per pensare, per cantare a squarciagola dietro la maschera della mia faccia serena.

Così mi capita di pensare a te, che esisti poco nel mio mondo.
A te che sei solo un nome e qualche foto e una chiacchierata notturna.
A te che esisti marginalmente, che sei lo spazio fra le parole, lo stacco fra i colori in mezzo al primo piano e lo sfondo, la pausa fra le note, il tempo dell’attesa.

Busso alla tua porta elettrica, con discrezione. Vorrei parlare con te, se tu lo vuoi. Vedere se stavolta riesco a replicare la magia, se riesco di nuovo a non spaventarti, sconosciuto contatto, presuntuoso amico, collezionista di sfoghi, battute, rivelazioni e ritagli di segreti.

Vorrei conoscerti.
Vuoi conoscermi?

6 gennaio 2008

Correva l'anno...

Devi provarci, almeno.
Devi alzarti, metterti a correre.
Costruirti delle braccia, arrampicarti sulla vita
e sudare ogni respiro, fremere per lo sforzo.
Capire dove sei, volgere lo sguardo sull'eterno,
altrimenti domani ti ritroverai distante
una giornata di marcia da qui, in un posto
dal quale non potrai tornare.
Potrai solo voltarti, e capire che allora
sarebbe stato meglio provare.

29 dicembre 2007

Conversazione post-pranzo in un sabato qualunque

“Pronto?”
“Dimmi.”
“Ah, ciao… ciao. No, dimmi tu, sei tu che mi stai telefonando.”
“Ah, boh, ho visto la tua chiamata stamattina.”
“Ah, sì, quella… beh, avevo visto che mi avevi chiamato, ma non conoscendo il numero a memoria ho provato a telefonare per vedere chi era, ed eri tu.”
“Eh, sì, ti avevo cercato perché mi hai telefonato ieri sera.”
“Sì, ti chiamavo per vedere se uscivi.”
“No, ero al lavoro.”
“L’avevo immaginato.”
“Esci stasera?”
“No, ho l’incontro col gruppo. Ciao.”
“Ciao.”

Click.

27 dicembre 2007

The Night I Was Going To Die

di Charles Bukowski



The night I was going to die
I was sweating on the bed
And I could hear the crickets
And there was a cat fight outside
And I could feel my soul dropping down through the
Mattress
And just before it hit the floor I jumped up
I was almost too weak to walk
But I walked around and turned on all the lights
And then I went back to bed
And dropped it down again and
I was up
Turning on all the lights
I had a 7-year-old daughter
And I felt sure she wouldn’t want me dead
Otherwise it wouldn’t have
Mattered
But all that night
Nobody phoned
Nobody came by with a beer
My girlfriend didn’t phone
All I could hear were the crickets and it was
Hot
And I kept working at it
Getting up and down
Until the first of the sun came through the window
Through the bushes
And then I got on the bed
And the soul stayed
Inside at last and
I slept.
Now people come by
Beating on the doors and windows
The phone rings
The phone rings again and again
I get great letters in the mail
Hate letters and love letters.
Everything is the same again.

17 dicembre 2007

Senza tempo

Questa città è invivibile.

Sono venuto a prenderti, ma sono venuto con l’autobus. Quindi se vogliamo andare a fare un giro bisognerà andare a piedi. Qui vicino c’è un parco, se vuoi possiamo andare lì.
No. Piove. E poi fa freddo.
Entriamo in quel caffè! La cameriera annoiata si chiama Jenny. Scarabocchia che vogliamo due cappuccini e due fette di torta di mele. La torta di mele è finita. Prenderemo delle patatine.
Consumiamo in fretta il nostro spuntino. Fra quaranta minuti Art e Paul saranno dalla signora Robinson ad attenderci. Tim non sta bene.
L’iPod non mi ti fa sentire. Come? Ti amo.
Le macchine schizzano via veloci, mentre ci affrettiamo lungo la Trentaquattresima. La bambina viene strattonata, il cane sta facendo un macello col guinzaglio, un nero mostra un sorriso bianchissimo, tre amiche ridono come oche, un ragazzotto fuma, un signore tossisce, un altro si fruga nelle tasche dei pantaloni. L’asfalto è bagnato, e c’è odore di pane.

Ciao Art, ciao Paul. Signora. Tim! Come va?

Avevamo vent’anni. Ne avevamo trenta. Ti amo.

Fiona ti dice che quel top ti sta d’incanto. È vero, sai? Ma sei un po’ dimagrita.
La tua tessera universitaria, le chiavi della macchina, la busta paga, e qualcosa ti preoccupa.
Hai una ruga? Mark non sta fermo, Lisa strilla.
Ma hai caricato la lavatrice? Hai spento la luce?
Ho freddo. Facciamo l’amore.

I bambini.

Roger! Roger…! Stupido cane! Vieni qua, bello! Salta… salta! Bravo… bravo bello! Eh, eh… hai visto? Stupido cane! Cattivo! CATTIVO!!

Qui avevamo vent’anni. Ricordi?

Non credevo sarebbe mai successo. Era, era, era. Me la ricordo, sai? Forse un po’ nervosa, in ultimo. Papà le aveva promesso che l’avrebbe vista, prima o poi. Non è più lo stesso. Ha gli occhi che non vedono il domani. L’abbiamo scritto al cugino Frank?

Sono tornato a scuola. È rimasta la stessa. Anche i computer. La signora Johnson è ancora là.
Un ragazzo s’è girato verso di me. Ero io.

Avevamo quarant’anni.

Ricordi?