02 febbraio 2009

Aftermath!

Devo dire che, nonostante certi toni di polemica, sono abbastanza contento di aver potuto assistere a scambi d’opinione per qualcosa che ho scritto. Non ho intenzione di scendere nel merito dei commenti lasciati dai vari Anonimo, né di Testimone2; trovo però doveroso magari spiegare due o tre fatti che, a causa del fatto che sono uno scrittore dilettante a tempo perso, possono essere stati male interpretati.
Anzitutto, “perché Beirut?” potrebbe chiedersi ben più d’uno. In realtà è una cosa goliardica nata come battuta in birreria, originariamente nemmeno indirizzata ad una bella città come Parma (che apprezzo e sento mia, e dove peraltro studio matematica). Quando si è poco più che ventenni, maschi, e fra amici, spesso capita di ridere di cose apparentemente prive di senso, come, se riuscite a coglierne il nonsense appunto, l’assurdità di collocare Beirut fra Casalmaggiore e Piadena. Provate anche solo a pensarci: ammetterete che come castroneria fa quanto meno sorridere. E così, con questa trovata letteraria (non in quanto opera d’arte, ma in quanto vizio di forma, se così si può dire), ho deciso di dare un tono ironicamente serioso al mio post, che non voleva che essere un resoconto tragicomico d’un sabato fantozzianamente partito male (si fa per dire) e finito, volendo, anche peggio.
Per fugare ulteriori dubbi (e potrebbero essercene a dozzine, me ne rendo conto), vorrei chiarire la focalizzazione nel mio racconto: l’autore, cioè io, è sia il narratore che “l’inaffidabile” testimone; la mia adozione di questo “stile” voleva semplicemente ribadire il concetto di “unreliable narrator”, affermando, molto sottilmente, che ogni racconto è di parte, in quanto ogni esperienza lo è.
Non ho più altro da dire sull’argomento; ulteriori questioni verranno discusse in privato.

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